Page 411 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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          anche in Italia. I campi di internamento vennero abbandonati dalle autorità fasciste dopo
          l’8 settembre e così migliaia di jugoslavi prigionieri furono di nuovo liberi, sia di tornare
          in patria (anche se la presenza dei tedeschi in Italia rendeva l’impresa assai difficile) sia
          anche di costruire forze di guerriglia all’interno della Resistenza italiana e di partecipare
          in modo diretto ad una lotta che possedeva ormai i caratteri di una guerra ideologica
          internazionale.
             La vicenda del Battaglione Tito si inserisce pertanto nel contesto della Resistenza
          umbra (settembre ’43 – luglio ’44), la quale, sebbene sia stata oggetto di numerose
          ricerche, soprattutto dagli anni ’70 in poi, non è stata finora adeguatamente approfondita.
          Diversi ostacoli si sono frapposti, e si frappongono tuttora, alla ricerca: la frequente
          contraddittorietà  delle  fonti (in gran parte memorie  e testimonianze),  che impone
          un complesso  studio  incrociato  dei  documenti,  delle  testimonianze  e  delle  analisi
          storiografiche fin qui prodotte; e la frammentarietà della stessa Resistenza umbra. In uno
          scritto del 1972 Celso Ghini, ispettore delle Brigate Garibaldi per l’Umbria e le Marche,
          metteva in evidenza proprio quest’ultimo fattore.
             In Umbria non esiste un centro che serva da polo di attrazione per tutta la Regione.
          I rapporti tra città quali Orvieto, Città di Castello, Gubbio, Foligno, Spoleto, e molte
          altre  ancora con i rispettivi  capoluoghi  di provincia  sono essenzialmente  di natura
          amministrativa. […] Anche la resistenza in generale e la lotta armata dei partigiani in
          particolare  hanno risentito di questa tendenza centrifuga rispetto al capoluogo della
          regione.  Il movimento  partigiano  nasce e si sviluppa per zone […] Il processo di
          unificazione della direzione politico-militare della resistenza umbra fu perciò lento e
          difficile, e non giunse mai a compimento sul piano operativo. 5
             Più avanti aggiungeva che, al pari della Resistenza umbra, anche la scarsa pubblicistica
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          prodotta fino a quel momento era stata frammentaria ed episodica .
             Lo  storico  Gianfranco  Canali,  a  venticinque  anni  di  distanza,  commentando  il
          giudizio di Ghini, affermava laconicamente che la ricerca, da allora, non aveva fatto
          decisivi passi avanti.
             In ogni caso – è giusto sottolinearlo – l’esigenza di verifica e di comprensione storica
          proposta  da  Ghini  non  trovò  interlocutori.  Infatti,  se  si  esclude  una  breve  fiammata
          di studi prodottasi nel 1975 in occasione del trentennale  della Liberazione  e alcune
          significative – ma settoriali – riflessioni successive, bisogna riconoscere che il panorama
          degli studi sulla Resistenza non ha fatto sostanziali passi avanti rispetto a quello già
          delineato da Ghini: rievocazioni memorialistiche e indagini parziali, perlopiù ancorate
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          agli schemi rigidi della storia politica, ne costituiscono ancora il corpus principale .
          5    C. GHINI, La resistenza in Umbria, in S. BOVINI (a cura di), L’Umbria nella Resistenza, Editori Riuniti,
             Roma 1972, vol.1, p.23.
          6     Cfr. Ivi, p.26.
          7  G. CANALI, Partigiani, fascisti, tedeschi, in BRUNELLI – CANALI (a cura di), L’Umbria dalla guerra
             alla Resistenza cit., pp.147-148 (il saggio è ora, con il titolo Partigiani, fascisti, tedeschi in Umbria in G.
             CANALI, Operai, antifascisti e partigiani a Terni e in Umbria, a cura di G. Bovini, R. Covino, R. Piccinini,
             Giada, Perugia 2004, pp. 229-248) .
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