Page 222 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 222
“Da Alvaro Sottotenente 123° M.M.
Dal Fuoco 28-X-1915
Ho ricevuto, Signorina, l’ultima sua del 23 mentre son dispiaciuto di non aver potuto leggere
quel che lei aveva scritto a proposito di quello scempiatissimo rondò. E come Lei doveva esser
già abbastanza irritata per quel mio stupido silenzio a Firenze che era una mia fissazione
fanciullesca (parlo di quelle serate quando mi mettevo la museruola e che ora rimpiango). E
così ora dovrà essere a bastanza delusa di questo imbecille che è in guerra, al fuoco da agosto, e
che non le scrive altro che qualche avventura di retrovia quando scende a riposarsi e a mangiare
senza mosche gialle ed a pulirsi un po’ della terra sanguigna e a cambiare il guasto abito.
Ebbene oggi sono in vena; e se finirò questa lettera stasera ne sentirà qualcuna graziosa.[...]:
ho paura di scrivere lettere di guerra. Ai miei scrivo solo saluti e firma ...Ho paura che per
volermi troppo bene mi facciano fare figuracce d’occasione sulle rubriche dei giornali. Ma di
lei mi fido. Dunque. Se voi sapeste in Italia che cosa è il Carso non sareste così stupidamente
leggeri nel giudicarci. Dunque noi siamo a più di trenta chilometri dal vecchio confine. Trincee
sull’altopiano. L’altopiano. Sassoso, scoglioso, pieno di valli, di reticolati. Noi siamo gente
miracolosa, mi-ra-co-lo-sa. Attaccare il nemico metterlo in fuga, tra un fuoco d’inferno, tra
traditori, contro gas, contro Dio, quasi, l’opera da diavoli [...] Ma si va avanti. E in Italia
non ci credono; sono volgari i vigliacchi. Le sole donne valgono più di codesti rognosi rimasti
costì. A me sembra di non poter sopravvivere a questo inferno nel quale io vivo sereno e freddo
come nella sua Impruneta, al pensiero solo. Perché penso che se dovrò morire, morirò anche se
lontano, anche se riparato [...]. Io nel mondo, del resto, non lascerei nulla se non un vuoto nel
cuore di mia madre. Tutti mi dimenticherebbero presto, anche i miei amici che mi scrivono ogni
giorno. Questo mi dispiacerebbe: non poter compiere la mia missione. Perché dopo la guerra
urlerò tanto che mi prenderanno per pazzo o per un forte. E poi io son venuto alla guerra vo-
lentieri. E quando ero con Lei mi vergognavo dei miei gambali lustri. Io non ho credenze. Ca-
pisco poco di mondo. M’interessa solo quel che può essere tradotto in Arte. Niente più. Penso
che starei bene dovunque. Son venuto alla guerra dunque. Perché sono un uomo d’onore, perché
non vorrei restare e fare il Chanteclair con le donne che han lontani i mariti per diventare più
giovane, più forte. Per potere - vantarmene e sputare sul viso ai vigliacchi (vedi Giornalisti,
nazionalisti, letterati, commercianti). Perché voglio persuadermi di essere forte. Di qui, però, il
mondo è lontano - La linea bianca dell’Isonzo, il Friuli che vapora lontano, gli automobili che
vengono e vanno incessanti a centinaia, la morte vicina, gli alberi dell’altopiano, scheletriti an-
che loro. Ma voi, lontano, ci pensate. Questo ci basta. Mandi lana ai soldati: molta lana inciti
a mandare. Cucia con le sue dita leggere e agucchi con i suoi occhi incomprensibili. Scriveteci.
Mi perdoni questo sfogo. Sa che non è mia abitudine sventolare i miei panni. Mi meraviglio di
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