Page 223 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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II Sessione: ZONE DI GUERRA                                                223


                aver scritto così a lungo e se domani avrò vena Le scriverò qualcosa di gentile. Alvaro
                Forse sfoghi di questo genere, come suggerisce Teti, non vanno sopravvalutati
                e vanno considerati anzi “nel momento e nelle circostanze in cui nascono”.
                Tuttavia “dalle lettere di Alvaro (ma bisognerebbe conoscere quelle inviate a lui dalla Puc-
                cini) si evince un legame profondo, confidenziale, intellettuale. È stato un legame importante?
                Sembrerebbe di sì. La Puccini manterrà sempre sentimenti di grande stima e affetto per lo
                scrittore” . E in effetti in una intervista del 1941 Alvaro dirà che Ottavia forse
                era innamorata di lui, “mentre lui aveva [solo] sentimenti di ammirazione e di affetto” nei
                confronti della donna, anacronisticamente sua prima “madrina di guerra”.

          IX. Protagonismo femminile e insegnanti elementari davanti alla guerra

             Nella pratica di non poche femministe, sia cristiane che fautrici laiche dell’eman-
          cipazione della donna, anche le complicazioni (sentimentali) della vita e le oscillazioni
          indotte dalla scelta di “rendersi utili” e di aiutare chi stava combattendo, ossia in pri-
          mo luogo i soldati, vengono riassorbite insomma dalla polivalenza delle funzioni pas-
          sibili d’essere svolte, fra pubblico e privato, lontano dal fronte. Anche se esse sconta-
          no una indubbia distanza dall’esperienza vissuta nel cuore delle zone d’operazioni e
          sebbene rischino anzi di rispecchiare solo meccanicamente (più che non di azzerare o
          di dissolvere ) ogni specificità di genere, le loro ricadute portano comunque il segno,
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          come accade nell’insegnamento o nel giornalismo militante, d’un protagonismo fem-
          minile di guerra assai vivace e un tempo ritenuto a torto “secondario”, ma oggi me-
          glio riconosciuto, oltretutto, quale espressione di progetti che puntavano, più in là del
          conflitto e del patriottismo in sè (che ne costituirono prevalentemente un mezzo),
          anche al conseguimento d’una serie di storici obiettivi “femministi” tardo ottocente-
          schi e d’età giolittiana, dall’abolizione dell’autorizzazione maritale al diritto di voto.
          Per il versante pubblicistico, fra riviste e giornali quotidiani, va da sè che era sempre
          stato più facile avvedersene conferendo all’attività di “scrittura” di una serie di donne
          (come oltre alla Coari citata sopra, Antonietta Giacomelli, Luisa Anzoletti o Elisa
          Salerno fra le cattoliche, ma anche, e in maggior numero, come Stefania Turr, Costan-


          86  Come sembra opinare Scardino Welzer là dove scrive (Women and Great War, cit.): “ The category
             woman itself dissolves when tryng to describe the experience of women in the great war. Women
             who were at the front on purpose had a different level of engagement with the events going on
             around them than did women who found themselves trapped when the war came to their homes.
             The war story that narrates the experience of the nurses, journalists, wives and prostitutes who
             made their way to the italian front has more in common with male combatants’ study than with the
             local female civilians.”.







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