Page 227 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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ai Carabinieri i propri alunni sotto i dodici anni perchè rei di disfattismo ossia, come
avvenne in varie circostanze, per avere scritto nei temi loro assegnati quello che real-
mente pensavano o che avevano, quanto meno, sentito dire in casa dalle proprie madri
o da altri parenti sul conto della guerra .
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X. Metafore sessuali e stampa di trincea
Ci si potrebbe chiedere, arrivati a questo punto, come fu inteso, e non solo pas-
sivamente accolto, dai soldati al fronte e in genere negli ambienti militari, l’attivismo
inedito e sempre più capillare delle organizzazioni e delle persone di cui ci siamo
occupati sin qui, favorevoli per lo più alla guerra nonché quasi tutte desiderose che
l’Italia ne uscisse vittoriosa, prendendo alla fine in considerazione sia le reazioni dei
combattenti rispetto all’ampia “offerta” di sostegno psicologico e pratico loro rivol-
ta dalle donne e sia la sorte di quella ulteriore componente dell’universo femminile
che fu circondata di norma da grande sospetto e che tuttavia venne maggiormente
agognata a parole e di fatto dai militari perché composta da donne e da ragazze
oggetto d’interessamento essenzialmente sessuale. A guerra conclusa da pochi anni,
più di un reduce ritenne di poterci scherzare sopra e meglio di tutti ci riuscì Paolo
Monelli col garbato sarcasmo e con l’autoironia di chi, sotto sotto, tendeva anche
95 Un episodio emblematico di “processo ai ragazzini” si verificò provincia di Mantova, tra il 1917 e il
1918, a San Benedetto Po dove la diciannovenne Giuseppina Da Ponte arrivò a denunciare 14 allievi
della sua quinta classe maschile per disfattismo manifestato in diversi modi e in diverse circostanze
ma particolarmente nelle affermazioni fatte da alcuni di loro nei propri temi. In uno di questi, che
la giovane maestra animata da saldi sentimenti patriottici aveva assegnato nel maggio del ‘18 inti-
tolandolo “Perchè l’Italia vinca è necessario resistere fino all’ultimo”, l’alunno Ilario Manfredini si
era spinto a teorizzare le responsabilità dei “comandanti” che “davano gli ordini” i quali, scriveva
il ragazzo, “non sono ancora stanchi di uccidere tanta povera gente che non ha colpa; per fare la
guerra giusta bisognerebbe fare così: 1. mandare [sc. al fronte] tutti quelli che vogliono la guerra
perchè già che la vogliono devono farla. 2. mandare avanti i ricchi che danno al prestito nazionale.
3. mandare di dietro i poveri e così sarebbe guerra giusta! E allora forse andrebbe meglio.” Nel suo
commento l’insegnante, che attribuì all’elaborato un voto neanche tanto basso (4), annotò: “ Tu
parlando così non meriti di rimanere in questa scuola, nè il nome di ragazzo italiano! Vergognati! La
guerra si fa per prepararti un avvenire migliore, non per uccidere la povera gente. Il capitano cade
al fianco del’umile soldato. Siano maledetti coloro che ti ispirano nell’animo sentimenti così bassi!”.
Trascinati in giudizio, solo tre piccoli imputati su quattordici furono condannati nel luglio del 1918
e tra essi, naturalmente, anche il Manfredini a cui vennero comminati 3 giorni di permanenza in
casa di correzione e 30 lire di multa. Per tutta la vicenda documentata e descritta in un fascicolo dei
processi penali nell’Archivio del Tribunale di Mantova si veda la Tesi di Laurea di Manuele Guido-
rizzi, Aspetti della società mantovana negli anni della Grande Guerra, Università degli studi di Verona, aa.
2001-2002, rel. E. Franzina, pp. 34-40.
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