Page 231 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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          nelle brevi narrazioni “larvatamente boccaccesche”, anche queste “di registro go-
          liardico-popolaresco”,che furono abbastanza frequenti ma non caratteristiche poi
          di “tutti i fogli né di tutte le pagine e [di tutti] i generi”.
             Di solito si trattava
                “di rubriche fisse, in forma di dialogo o più spesso di corrispondenza, nelle qua-
                li un readattore si fa ‘popolo’, scendendo di livello rispetto al tono sermoneg-
                giante di tanta parte del giornalismo di guerra, passando al dialetto o più spesso,
                a un italiano colloquiale paternalisticamente infittito di goffaggini espressive,
                vocaboli fraintesi, semplicionerie [...] ‘L’episolario di Rosina’ nella “Giberna”,
                il carteggio tra il “fante quasi ardito ex piantone ecc.” ‘Archibaldo della Daga’
                e la sua morosa ‘Rosina Dalfodero’ nella “Ghirba”, le “lettere dal campo” di
                ‘Pippo Buffa’ nella “Voce del Piave”, le “lettere del soldato Baldoria” e quelle
                in risposta di ‘Teresina’ che Arnaldo Fraccaroli pubblica periodicamente nella
                “Tradotta” [...] sono esempi di presenza in prosa dell’elemento femminile, al-
                trove angelicato.”


             Va da sè che in queste versioni ludiche di un universo in grigioverde trasgres-
          sivo e scanzonato non rientrano, quasi per definizione, “le signore e signorine dei
          ceti medi e della aristocrazia” le quali nel panorama della pubblicistica di trincea
          si affacciano più di rado, e solo indirettamente, “come benefiche procacciatrici di
          maglie di lana e scaldaranci” ovvero, “ancora una volta, come operosi e discreti
          angeli del focolare, o (se pur vi giungono, ma appare davvero improbabile e fuori
          luogo) come giovani gentildonne precocemente savie e patriottiche, come quelle di
          ‘Per voi, soldatini’ “. Colpisce ancor di più, di conseguenza, l’acrimonia connessa
          a un crescendo generalizzato di accuse da parte di chi, schierandosi a fianco del
          soldato, più che fare dell’ironia, inveisce con sarcasmo, specie nell’ultimo anno di
          guerra, contro i pilastri del fronte interno e quindi proprio (o anche) contro le don-
          ne. Nell’agosto del ‘18, lo si constata alla notizia del trasporto e della esposizioni in
          pubblico a Milano d’una roccia di quel Monte Grappa che era divenuto, col Piave,
          simbolo prima della resistenza e poi della riscossa italiana (l’uso durerà ancora per
          qualche anno dopo la fine del conflitto e pietre o massi estratti dalla montagna
          sacra alla patria raggiungeranno persino nelle “lontane Americhe” varie comunità
          di nostri immigrati e italo discendenti). Simulando le sensazioni e le impressioni
          dell’inedito cimelio sassoso “ancora umido di sangue nostro” alla vista di tanti tipi
          di persone venute a rimirarlo, l’anonimo giornalista di trincea si dichiara pressoché








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