Page 242 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 242
nelle due modalità principali della prostituzione “libera e girovaga” e della prosti-
tuzione invece “regolamentata” ovvero sottoposta alla sorveglianza delle autorità,
adesso non più solo civili, con prescrizioni tassative di carattere igienico sanitario
valide sia per le donne che per i soldati e fatte quindi rispettare più facilmente nelle
case di tolleranza. Il loro numero inevitabilmente perciò si accrebbe e in forma di
postriboli per ufficiali e per soldati esse si estesero sino a raggiungere molte località
prossime al fronte. Il fenomeno, in realtà, riguardando l’atipica militarizzazione
delle donne di piacere fatte affluire nei bordelli (gran parte dei quali, oltre 700,
appunto preesistenti e già in funzione nel tempo di pace) interessò l’intero paese
senza speciali distinzioni tra il fronte interno e le zone d’operazioni, benché la
preoccupazione maggiore per i vertici del’esercito si concentrasse indicativamente
sulle città di retrovia dove, associandosi alla gestione pressochè diretta di quello
“legale”, fu la repressione del meretricio definito “clandestino”, stavolta del tutto
ai danni della popolazione femminile, a diventare la regola, facilitata dal ricorso a
capi d’accusa generici e quasi scontati come la “dubbia moralità” e i “facili costumi”
delle donne. Private di ogni libertà, esse potevano agevolmente essere così impri-
gionate, internate o inviate al confino perchè, in palese armonia con i pregiudizi
antifemminili correnti e al netto dei timori di austriacantismo, di spionaggio ecc.,
i vertici dell’esercito avevano interesse a non accorgersi o più banalmente non si
avvedevano di quante donne e ragazze, di estrazione popolare e proletaria, fossero
in realtà vittime per lo più incolpevoli di un forte disagio economico e sociale. Vale
per esse, a qualunque tipologia e a qualunque parte del paese in guerra si vogliano
ricondurre, quanto ha scritto Matteo Ermacora nel mettere a fuoco la sorte delle
profughe e delle internate:
“I profili delle donne che esercitavano la prostituzione erano eloquenti e deli-
neano una realtà drammatica, si trattava infatti di vedove, donne anziane o di
madri con numerosi bambini che coinvolgevano nella prostituzione anche le
proprie figlie maggiori, si presentavano come mediatrici oppure assoldavano
altre donne. La documentazione suggerisce un significativo legame tra profu-
ganza-sfollamento e la prostituzione: la scarsità degli aiuti e dei sussidi erogati,
la precarietà delle condizioni di vita esponevano la componente femminile pro-
fuga o “regnicola” alla povertà e alla necessità di esercitare la prostituzione per
poter garantire la sopravvivenza del nucleo familiare; numerosi casi dimostrano
inoltre come lo spostamento di poche decine di chilometri dovuto a sgomberi
forzati mise in crisi intere famiglie: la necessità di nutrire la numerosa prole,
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