Page 243 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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                l’assenza della componente maschile, la disgregazione delle comunità avviavano
                una spirale negativa che si concludeva con la caduta nella prostituzione e nell’in-
                ternamento. Il nesso tra povertà e prostituzione era confermato anche dal fatto
                che spesso le internate erano donne “sole”, “divise dal marito”, abbandonate,
                sganciate dai nuclei familiari e prive di una rete parentale e di solidarietà che
                consentisse loro di trovare occupazione, aiuto e assistenza per i figli. La prosti-
                tuzione era inoltre frequente tra le ragazze che, come domestiche, stiratrici, am-
                bulanti, cameriere di albergo, si dirigevano verso i grandi centri delle retrovie -
                Venezia, Vicenza, Bassano, Udine, Belluno - e che, una volta arrestate, venivano
                forzatamente allontanate. La prostituzione clandestina nelle immediate retrovie
                del fronte si rivelò un fenomeno dilagante a causa della rilevante concentrazione
                delle truppe e del progressivo peggioramento delle condizioni economiche della
                popolazione più povera.


             Visto che tutto ciò si accompagnava poi al “tradizionale discredito morale e
          sociale” destinato ad abbattersi su chi esercitasse, magari solo saltuariamente e per
          assoluto bisogno, il mestiere più antico del mondo, ne conseguirono più facilmente
          anche le pratiche ora rinvigorite della regolamentazione coatta e la stessa prolifera-
          zione di quelli che in modo poco elegante ma efficace ho definito io stesso “casini
          di guerra”. Chiamati gentilmente da qualcuno “case da the” e da altri in maniera
          più sbrigativa e aderente al vero “campi di concentramento della lussuria”, si trat-
          tava di posti con i quali i soldati ebbero una certa dimestichezza anche se di rado
          e malvolentieri ritennero di doverne parlare nelle proprie lettere a casa come, più
          tardi, nei loro diari, abbastanza diversamente da quanto avrebbero fatto invece al-
          cuni ufficiali e soprattutto gli ufficiali divenuti dopo la guerra scrittori di professio-
          ne. La documentazione più ricca di cui disponiamo al riguardo proviene del resto
          dalle fonti ufficiali della Sanità civile e militare, dalle questure e dagli uffici ispettivi
          della Polizia, secondo un’antica dizione, del Buon Costume e persino dagli archi-
          vi ecclesiastici (qui per via delle continue proteste innalzate da parroci e vescovi
          contro l’immoralità e contro il pessimo esempio fornito dall’esercizio autorizzato
          della prostituzione), ma solo in certi casi da quelli dell’esercito. Un po’ dappertutto,
          comunque sia, si rinvengono le tracce e le prove della complessità e delle dimensio-
          ni considerevoli a cui pervenne l’organizzazione postribolare sottoposta al diretto
          controllo dei militari che dovevano sovraintendere alla soddisfazione, così si notava
          da più parti, di bisogni e di esigenze insopprimibili di centinaia di migliaia di soldati








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