Page 341 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
P. 341

IV Sessione: IL MERITO E L’EMANCIPAZIONE LAVORATIVA                        341


             Anna, sempre pronta a spendersi per gli altri, insieme ad alcune donne, quando le
          era possibile, si recava anche negli ospedali di Milano per portare un conforto, qual-
          che oggetto di cui i feriti avevano bisogno. Si trattava di uomini coraggiosi, ricorda la
          giornalista. C’era chi aveva perso la vista e scherzando le chiedeva un orologio, c’era
          chi era senza piedi e sorridendo le chiedeva un paio di scarpe, chi invece aveva perso
          entrambe le braccia e vedendola arrivare domandava una cravatta.
             Si rammaricava però di non poter fare il corso per infermiera. Non aveva tempo,
          doveva lavorare per la famiglia che presto sarebbe rimasta priva di uomini. Impedirlo
          sarebbe stata infatti una vana lotta. Anche Gino ed Ivo erano stati travolti da quell’en-
          tusiasmo che bruciava nei cuori dei giovani italiani. «Nel profondo del loro cuore –
          afferma – al di sopra dell’amore materno, sorgeva un amore infinito per una Madre
          Comune…». Fu così che mentre era impegnata nelle attività di sostegno ai soldati e
                                                   23
          alle loro famiglie, nell’ottobre del 1915, Ivo,  il figlio più giovane, fu arruolato come
          Ufficiale del Genio e inviato sul Monte Croce in Cadore. Da questo momento inizia
          un fitto scambio di lettere di tormento, ansietà, gioia, e dannazione. Le prime missive
          di Ivo erano piene di entusiasmo. «Ci sono 13 gradi sotto zero, abbiamo quasi un me-
          tro di neve, però si sta benissimo. Quasi non ce ne accorgiamo. La pelliccia è troppo
          pesante. Ci troviamo lontano dal fronte». 24
             Mentiva per non turbare la madre.
             A Milano, cominciavano infatti a circolare voci, non confermate, che riferivano
          di pesanti sconfitte subite dall’Esercito italiano. Per questo, ansiosa di notizie, non
          persuasa di ciò che le scriveva il figlio né di ciò che dicevano i giornali, passava ogni
          giorno qualche ora all’Associazione lombarda dei giornalisti, nella speranza di avere
          informazioni sicure. L’esaltazione, col passare dei mesi, ricorda, mutava in rassegna-
          zione. Se inizialmente i discorsi di D’Annunzio le erano sembrati il «meglio dell’opera
          sua, già un certo scetticismo, che forse veniva dalla triste abitudine della critica, mi
          faceva pensare che l’azione è miglior esempio della parola». 25
             In famiglia, però, regnava ancora una certa tranquillità. Il gioioso carattere di Gino
          contribuiva a rendere meno triste la casa.
             Ivo, nella primavera del 1916, tornato sul Monte Croce dopo una breve licenza,
          la ringraziava per gli indumenti di lana: «É una bella cosa per i miei cari ragazzi». Ed


          23  Franchi A., La mia vita, cit., p. 296: «Il mio più giovane figliuolo partì in una bella giornata dell’otto-
             bre 1915. Ufficiale del Genio, andava a Torino, ove rimase circa un mese per poi salire al Cadore».
          24  BLL, Fondo Anna Franchi, Quaderno B/20, Carte e lettere personali.
          25  Franchi A., La mia vita, cit., p. 297.







   IV-sessione.indd   341                                                               05/05/16   10:33
   336   337   338   339   340   341   342   343   344   345   346