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222          Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione




              fluente nell’Europa continentale (la sindrome Bonaparte!) e tentava di diminuire
              le conseguenze negative di alcune clausole. Così, sosteneva il pagamento forfet-
              tario delle réparations per non rovinare la Germania, e rifiutava la condanna morale
              del nemico tedesco come Clemenceau esigeva.
                 In queste condizioni, la delegazione francese alla Conferenza di pace criticò
              l’iniziativa di Wilson di non rispettare i rappresentanti italiani e, per contraccolpo,
              manifestò il suo sostegno comprensivo all’Italia nella speranza di creare un blocco
              latino contro il blocco anglosassone. Il 25 aprile, l’indomani della partenza di Or-
              lando per Roma, Clemenceau confessò a Mordacq: «Gli italiani rimangono i nostri
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              alleati per sempre; occorre continuare a considerarli come tali». E André Tardieu
              propose, il 27 maggio, di fare di Fiume un’altra Saar, cioè uno Stato sotto controllo
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              della SDN con un plebiscito entro 15 anni. Accanto a loro, il presidente della
              Repubblica Raymond Poincaré fece il possibile per riconciliare i due Paesi latini.
              Certo non amava gli italiani (sua moglie, di origine italiana, gli creava problemi)
              e voleva, utilizzando il pretesto italiano, pesare sulle trattative di Versailles da cui
              Clemenceau lo escludeva a causa del suo status neutrale presidenziale. Però, al di
              là del suo risentimento transalpino, Poincaré pensava profondamente che biso-
              gnasse conservare l’intesa tra Francia, Italia e slavi per contenere la Germania a
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              est e a sud. Minacciò di non firmare il trattato se gli italiani non fossero stati
              presenti a Parigi. Divenne così il migliore difensore dell’amicizia latina contro il
              blocco anglosassone di cui non si fidava. Scrisse al re d’Italia il 30 aprile 1919:
              «L’Italia e la Francia, strettamente unite nella guerra, rimarranno unite nella Pace.
              Nulla le separerà. Il raffreddamento della loro amicizia sarebbe una catastrofe
              per la civiltà latina e per l’umanità. La Francia, fedele ai suoi impegni, alla sua
              simpatia e alle sue tradizioni, conserverà le sue mani unite alle mani dell’Italia». 44
              Accanto a lui il maresciallo Ferdinand Foch, da comandante in capo delle forze
              alleate, assicurava che né gli jugoslavi, né gli americani avrebbero mai potuto rim-
              piazzare l’aiuto militare degli italiani e che, in conseguenza, sarebbe stato neces-
              sario fare concessioni all’Italia, magari in Asia minore, per contentarla. 45
                 Anche gli italiani, da parte loro, non volevano la rottura, perché avevano bi-


              41  MORDACQ, H., III, Le ministère Clemenceau op. cit., p. 242.
              42  LE MOAL, F., La France op. cit., p. 356 e 376-379.
              43  NARDELLI-MALGRAND, A. S., La rivalité op. cit., p. 38.

              44  MORDAQ, H., III, Le ministère Clemenceau op. cit., p. 256, n. 1.
              45  LE MOAL, F., La France op. cit., p. 364.
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