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354 Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione
L’accordo sui confini del 18 luglio preluse a quello assai più ampio del 29 lu-
glio, quello dei due conosciuto per eccellenza come patto Tittoni-Venizelos. In
questo accordo, che doveva restare segreto ma il contenuto del quale fu rapida-
mente divulgato dalla stampa greca, il Ministro degli Esteri italiano e il Primo Mi-
nistro ellenico tentarono di regolare tutti i conti. Il fatto è che furono regolati un
po’ troppo a favore del secondo, giacché, in cambio di alcuni via libera sullo scac-
chiere balcanico, concernenti tra l’altro territori, come l’Albania, su cui la Grecia
non aveva alcun formale diritto, il primo si impegnò a cedere il Dodecaneso e a
rinunciare a Smirne. In quel mese di luglio Nitti, da Roma, seguì e incoraggiò la
politica di appeasement di Tittoni, ma sarà poi lui stesso, non uno scatenato nazio-
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nalista, a definire il patto «un vero errore» (è pur vero che il finale articolo 7 su-
bordinava tutto quanto precedeva alla soddisfazione delle rispettive aspirazioni;
in séguito sarà Sforza a “salvare” definitivamente il Dodecaneso, agganciandone
formalmente la cessione all’esecuzione dei termini della pace di Sèvres).
Al momento del passaggio delle consegne tra Sonnino e Tittoni le relazioni
tra le autorità civili e militari italiani ed elleniche in Anatolia erano da tempo im-
prontate a una sorda, ossessiva, reciproca ostilità. Fin dall’inizio, infatti, i greci
avevano visto negli italiani i principali oppositori delle proprie aspirazioni nazio-
nali e fin dall’inizio, effettivamente, le autorità civili e militari italiane si erano pre-
sentate ai turchi come protettori (contro i greci) più che come colonizzatori. Del
resto, concordi testimonianze mostrano, nei primi mesi del 1919, una popolazione
musulmana rassegnata e remissiva di fronte a ipotesi di egemonia straniera. Fu la
sostanziale violazione dei termini dell’armistizio (che prescriveva motivi seri per
l’occupazione militare di parti del suolo anatolico) e l’arrivo dei greci che cambiò
radicalmente la situazione. Il patto Tittoni-Venizelos – come già accennato – era
segreto, ma le autorità elleniche, che confidavano in un effetto demoralizzante
sui turchi, fecero volentieri sapere che anche gli italiani erano ormai d’accordo
con loro. In realtà il patto produsse una ventata di nervosismo e malumore da
parte dei turchi nei confronti dell’Italia, ma non migliorò mai realmente le rela-
zioni italo-greche. Una prova è nella vignetta che occupa tutta la prima pagina
del numero del 7 luglio di un giornale greco di Smirne, il Parnassos.
Vi si rappresenta un caricaturale soldato italiano (mezzo zuavo e mezzo co-
razziere nella divisa, bersagliere nel cappello, si direbbe) con forchettone, spaghetti
7 Archivio Centrale dello Stato, Archivio Nitti (d’ora in poi AN), f. 97/2, tel. n. 220 San Remo,
23 aprile 1920, Nitti a Luzzatti, a Vittorio Emanuele III e a Sforza, in GRASSI F. L., L’Italia e la
Questione Turca, op. cit., p. 103. Testo del patto in GIANNINI, A., Documenti op. cit., p. 17-21.

