Page 68 - Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione. Problematiche e prospettive - Atti 11-12 novembre 2019
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              all’iscrizione degli aeromobili nel registro aeronautico nazionale. Il 21 febbraio
              1921, infine, il r.d. n. 122 avrebbe creato la figura dell’addetto aeronautico, auto-
              rizzando i ministri della Guerra e della Marina a destinare quattro ufficiali del-
              l’Esercito e altrettanti della Marina a sedi di rappresentanza diplomatica del Regno,
              designate d’accordo con i ministri degli Esteri e del Tesoro, in qualità di addetti
              aeronautici, cumulando questa carica con quella di addetto della rispettiva Forza
              Armata.


              La base industriale

                 L’armistizio trovò l’industria aeronautica intenta a produrre il massimo sforzo
              a fronte delle ingenti commesse dell’ultima fase del conflitto. L’improvviso arresto
              del processo produttivo imposto dal collasso degli ordini e dall’interruzione dei
              contratti colpì duramente quelle realtà, ed erano la maggioranza, che anche per
              mancanza di una vera capacità di progettazione autonoma si erano affidate alle
              produzioni su licenza o erano entrate in campo adattando, in qualche modo, le
              loro strutture alla costruzione di materiali aeronautici, operando a supporto delle
              ditte principali. Un caso emblematico è quello della AER di Orbassano che, fon-
              data nell’aprile del 1915 per costruire su licenza il monomotore Caudron G.3 e
              impegnata in seguito anche nella produzione del Savoia-Pomilio S.P.4 e dello SVA,
              chiuse i battenti nel 1920, non riuscendo a rimanere sul mercato per mancanza
              di commesse e di prospettive. Questa situazione era comune a tutte quelle aziende
              che, entrate nel mondo aeronautico contando solo sulle loro capacità manifattu-
              riere, non avevano sviluppato alcuna capacità tecnica. Per l’impossibilità o per
              l’incapacità di reinventarsi, erano costrette a chiudere o, nel migliore dei casi, a
              tornare al tipo di produzione che le aveva caratterizzate prima della guerra, come
              fece la palermitana Ducrot, tornata a costruire mobili di pregio dopo aver co-
              struito idrovolanti. Nel caso della Pomilio, che pure aveva capacità tecnica, l’uscita
              di scena fu invece determinata dalla decisione della proprietà, i fratelli Ottorino
              ed Ernesto Pomilio, di cedere gli stabilimenti di Torino all’Ansaldo per trasferirsi
              negli Stati Uniti nella speranza, poi delusa, di avviarvi un’analoga impresa indu-
              striale. A rimanere operative furono quelle ditte come la Caproni, la Macchi e la
              SIAI, che avevano una produzione sufficientemente diversificata e potevano con-
              tare su una qualche capacità di progettazione, nonché quelle ditte, come la FIAT
              e l’Ansaldo, che oltre ad avere queste caratteristiche, erano parte di un gruppo
              industriale importante e con interessi ramificati.
                 L’ingegner Gianni Caproni si impegnò con determinazione nella realizzazione
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