Page 31 - Conflitti Militari e Popolazioni Civili - Tomo II
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“Il gioco di tre sultani [Muhammad Hassan, che tale era considerato dalle autorità italiane
a seguito degli stessi accordi Illig, il sultano di Obbia, Yusuf Ali, e Osman Mahmud dei
Migiurtini] appariva chiaro: ognuno tentava di spodestare l’altro… e la responsabilità degli
incidenti rispetto alle popolazioni e alle Potenze ricadeva in definitiva sul Governo italiano
che non riusciva a evitarli, e solo interveniva come paciere fra i contendenti” . la posizione
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del Mullah era ambiguo anche rispetto alle sollevazioni che agitavano i Bimal e i Wadan del
Benadir, altra tradizionale area d’interesse italiano. Pur dichiarandosi a favore della pace con
le autorità di Roma, “[c]orreva voce che il Mullah, temendo che l’inazione fosse causa della
perdita del prestigio che quale condottiero aveva saputo acquistarsi, avesse inviato alle tribù
somale un proclama, esortandole a comporre i loro dissidi e a unirsi tutte a lui per muovere
guerra ai bianchi” . Incapace di agire come vero elemento unificante le varie identità triba-
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li, il mullismo finiva così, comunque, per agire da riferimento obbligato di tutte le forze di
resistenza alla presenza coloniale. Come è stato rilevato: “[s]ebbene il messaggio profetico
del Mullah non fosse ben accolto fuori dalle aree tribali dei Darod, gli altri Somali vedevano
in lui un simbolo di rivolta, l’incarnazione del loro concetto nomadico di libertà e della loro
antipatia verso i non somali” . In ciò, esso non si distacca da altre esperienze che fra la fine
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del XIX e l’inizio del XX secolo hanno evidenziato la stessa saldatura fra elemento politico
e religioso, come quella – già ricordata – del mahdismo sudanese (1881-1898) e le rivolte a
carattere tribal-religioso della North West Frontier indiana .
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il permanere delle tensioni con l’etiopia (soprattutto con i ras dell’Harar, che vedeva-
no nell’Ogaden e nella valle dello Uebi Scebeli i propri assi di penetrazione principali), le
scorrerie compiute da entrambe le parti e la crescente presenza (soprattutto) italiana nella
regione, costituivano altri catalizzatori del movimento. lo nota anche governatore generale
Tommaso Carletti (1907-10) riguardo ai territori del Nogal e dell’Haud, in cui i dervisci
erano insediati. “Come si fa a vivere, specialmente quando si ha un largo stuolo di seguaci
da mantenere? In un solo modo: colla industria della razzia, vivendo cioè a spese dei vicini
… anch’essi nostri protetti” . Una visione, questa, confermata anche dal suo successore,
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Giacomo De Martino (1910-16): nel rilevare come larga parte del successo del Mullah si
14 Ministero della Guerra, Somalia, cit., p. 129.
15 Ibid., p. 135.
16 Hess, The ‘Mad Mullah’…, cit., p. 422; sulla mancanza di un progetto nazionale coerente all’interno
del movimento derviscio cfr. anche E.R. Turton, The Impact of Mohammad Abdille Hassan in the East
Africa Protectorate, “Journal of African History”, vol. 10 (1969), n. 4, pp. 641-57. Riguardo ai rapporti
del movimento con la rivolta dei Bimal e dei Wadan nel Benadir è stato osservato (Grassi, Le origini…,
cit., p. 146) che, nonostante “i contatti che vi erano stati e che vi saranno ancor più in seguito … il nazio-
nalismo mullista e la ribellione dei tradizionalisti Bimal e Uadan erano movimenti assolutamente diversi e
politicamente contrastanti”, pur ammettendo la possibilità che vi fossero, fra loro, momenti di convergenza
“tattica”.
17 Sul mahdismo sudanese cfr. P.M. Holt, The Mahdist State in Sudan 1881-1898. A Study of Its Origins,
Development and Overthrown, Oxford, 1970; sulla rivolta dei Pashtun della North West Frontier nel 1897
cfr. H. Woosnam Mills, The Pathan Revolt in North-West India, Lahore, 1996 (prima ed., Lahore, 1897),
per uno studio della rivolta in propettiva “postcoloniale” cfr. D.B. Edwards, Mad Mullahs and Englishmen:
Discourse in the Colonial Encounter, “Comparative Studies in Society and History”, vol. 31 (1989), n. 4, pp.
649-70.
18 Cit. in Ministero della Guerra, Somalia, cit., p. 154.

