Page 268 - L'Italia in Guerra. Il secondo anno 1941 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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contenere gli esportatori entro i valori massimi" delle somme versate dagli
importatori risultando quindi evidente che l'interesse dei primi limitava
il disequilibrio del clearing, ma risultava altrettanto evidente che un siste-
ma del genere procurava maggiori difficoltà alle necessità italiane e conce-
deva più ampi spazi di manovra ai negoziatori francesi.
Per di più i contratti di acquisto e di vendita di enti pubblici, con-
clusi e resi esecutivi solo dopo le opportune approvazioni dei ministeri
competenti, potevano essere stabiliti solo entro le liste di importazione o
di esportazione che erano inoltre oggetto di revisioni periodiche da parte
delle due delegazioni economiche che si riunivano a Roma e proprio a
partire dal 194lle operazioni commerciali tra privati erano ammesse, ma
anch'esse entro i limiti dei contingenti rivedibili iscritti nelle liste~
Le difficoltà erano poi elevate, soprattutto nell'anno che stiamo con-
siderando, dalla definizione del tasso di scambio tra le due monete che
risultava oggetto di polemiche nell'ambito delle due delegazioni. Subito
dopo l'armistizio l'Italia aveva imposto nella pur piccola zona di occupa-
zione la parità, in realtà alquanto disequilibrata, di 30 lire per l 00 fran-
chi, ma con la ripresa delle relazioni commerciali aveva mutato il cambio
a 38 lire tenendo presente il rapporto di l reichmark ogni 20 franchi.
Naturalmente le autorità di Vichy non accettavano questi mutamenti e
proponevano la parità del periodo immediatamente precedente le ostilità
che risultava dal rapporto tra le quotazioni ufficiali del dollaro sulla piaz-
za di Roma e Parigi che avrebbe portato tuttavia il cambio a 45,20 lire
per 100 franchi, Poichè gli italiani non accettavano assolutamente che il
tasso di cambio di 38 lire ogni 100 franchi venisse modificato, vedendo
in una qualunque variazione un disconoscimento della vittoria ottenu-
ta (27), si adottò il compromesso, che risultava accettabile da ambo le parti,
di valutare in lire sia le esportazioni che le importazioni.
Si può dunque concludere che tra Vichy e l'Italia si realizzò un vero
e proprio accordo di clearing e non uno scambio determinato da preleva-
menti a credito come nel caso delle relazioni commerciali con la Germa-
nia, anche se è necessario porre in risalto che, per alcuni prodotti
particolarmente interessanti e vitali, le autorità italiane avevano imposto
alcuni regolamenti che non corrispondevano ad importazioni effettive di
prodotti italiani in Francia, ma che venivano accettati con il blocco corri-
spettivo delle disponibilità provenienti da esportazioni francesi rispettan- ·
do in sostanza l'andamento generale del clearing che rimaneva in equilibrio.
(27) Sono le parole riportate da Giannini e riferite ad un'autorità della quale comunque
non riferisce il nome. A.S.M.A.E., Serie Economica, Francia, 1941, b. l.
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