Page 139 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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Nonostante queste promettenti prospettive, la  politica araba del fa-
            scismo risultava viziata da due elementi decisivi.  Il primo è che la feroce
            repressione attuata in Libia, con l'impiccagione (1931) di Ornar al-Mukhtar,
            non poteva non rendere edotti gli  arabi del  fatto  che il dominio italiano
            non sarebbe stato meno duro, né meno colonialisticamente connotato, di
            quello  di  Francia  e  Gran  Bretagna.  È vero  che  il governatorato  di  Italo
            Balbo (1934-1940) era sembrato più ben disposto all'apertura di un dia-
            logo tra l'occupante e la  popolazione indigena, ma non esistevano garan-
            zie  che  anche l'Italia  non  avrebbe  praticato una  strada di  assimilazione
            o,  quanto meno,  di indiscriminato sfruttamento delle  risorse a  esclusivo
            beneficio della metropoli qualora anche altri Paesi arabi fossero caduti sotto
            la  sua sfera  d'influenza.  La  conquista dell'Etiopia  nel  1936,  poi,  un'av-
            ventura di puro prestigio in un'epoca di decolonizzazione incipiente, ave-
            va  acuito  le  diffidenze  degli  arabi.
                 D'altro canto,  il  filo-arabismo  dell'Italia,  non  meno di  quello  della
            Germania, era evidentemente strumentale alle sue mire egemoniche, con
            in più l'aggravante,  rispetto  alla  Germania,  di una  congenita  debolezza
            economica e militare.  Bisogna riconoscere che l'Italia,  diversamente dal-
            l'alleato tedesco, aveva sempre dato per scontata l'unità e l'indipendenza,
            almeno  formale,  del  Medio  Oriente;  ma ciò  è tanto  più  significativo  se
            si  considera che  Mussolini scindeva nettamente nella sua considerazione
            il Maghreb dal Mashreq, non prevedendo per il primo, che pure era ara-
            bo e islamico, alcuna forma di reale autodeterminazione. Marocco, Tuni-
            sia, Algeria e Libia dovevano saldamente rimanere, per ragioni strategiche,
            sotto il dominio delle rispettive Potenze colonizzatrici. In Egitto, Palestina
            o Iraq si trattava solo di sostituire la presenza inglese con quella itala-tedesca.

                 In quest'ottica devono essere valutati i rapporti che intercorsero per
            molti anni (addirittura dal 1933) tra uno dei massimi leaders della causa
            indipendentistica palestinese, in particolare, e araba in generale, il Mufti
            di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseyni, e Mussolini. Fieramente avver-
            so  alla  presenza  sionista  in  Palestina,  il  Mufti aveva  richiesto,  nel  1936,
            l'aiuto logistico italiano per inquinare l'acquedotto di Tel Aviv. Anche se
            il progetto non ebbe seguito, il Governo fascista  continuò discretamente
            a  finanziare le attività di Amin al-Husseyni.  Alcuni storici (da Antonius
            a  Goglia) hanno,  probabilmente a  ragione,  stigmatizzato il  conservatori-
            smo e l'ambiguità del gruppo dirigente nazionalista che faceva capo al Mufti,
            accusandolo di cieco fanatismo e di non aver dato ascolto e adeguata fidu-
            cia alle masse dei lavoratori palestinesi, la cui forza avrebbe potuto venir


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