Page 141 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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mente giocabile come sperato dagli arabi, per diversi motivi, non ultimo
tra i quali il fatto che per vari anni a Berlino non si ebbero idee chiare
in materia di politica mediorientale. Ciò fu una costante dei rapporti tra
la Germania e gli arabi: quasi sempre la prima risultò poco o male infor-
mata sulla reale situazione del Medio Oriente, e per nulla incline a com-
prendere la psicologia delle popolazioni locali. Autore principale della
politica estera del Reich in questo settore strategicamente così importante,
ma sostanzialmente sottovalutato, fu- scontata la supervisione di Hitler
- Fritz Grobba, dapprima Ambasciatore a Baghdad e in seguito, dal1941,
Capo della sezione per gli affari mediorientali del Ministero degli esteri.
Grobba interpretò perfettamente l'indirizzo politico tedesco: offrire aiuto
e protezione a taluni settori del movimento indipendentistico arabo, ma
solo per realizzare le mire naziste, consistenti, principalmente, nella de-
stabilizzazione dei regimi filobritannici (si pensi al fallito colpo di stato
di Rashìd Alì al-Kaylanì in Iraq cui si accennerà fra breve) e in una pene-
trazione militare verso est, verso l'Iran e le ricche regioni petrolifere del
Caspio e del Caucaso.
La mio pia dell'azione tedesca e l'approssimazione di quella italiana
trovano un'ulteriore giustificazione nel fatto che né l'Italia né la Germania
seppero tenere in debito conto la "varietà" dei nazionalismi arabi. Sebbe-
ne tutti gli arabi desiderassero conquistarsi l'indipendenza dal coloniali-
smo, le forme che tale lotta assunse sono piuttosto diversificate e sarebbe
oggi un errore storiografico - come fu allora, probabilmente, un errore
politico - considerarle in modo univoco. Un elemento che, a parere di
chi scrive, non è stato tenuto nella debita considerazione, è quello religio-
so. Il nazionalismo arabo, infatti, non fu solo "laico", e non si prefisse
solo la "libertà" dal giogo straniero (non ingannino, al proposito, le paro-
le poco sopra citate di Hajj Amìn al-Husseynì estrapolate da un più am-
pio contesto), ma si coniugò spesso a istanze di globale trasformazione
sociale ed economica in cui la tradizione dell'Islam non poteva non riven-
dicare un ruolo centrale. Il conflitto, storico e ideologico, con la "moder-
nità" aveva reso consapevoli gli arabi dell'arretratezza delle loro condizioni;
essi perciò miravano, riconquistando l'autonomia, a rivitalizzare la cultu-
ra e a rendere prospera l'economia araba, da secoli depressa sotto il giogo
ottomano. A questo fine si tendeva sì all' "imitazione" dell'Occidente, ma
non dimenticando che le radici più profonde dello spirito arabo risaliva-
no all'Islam e in esso trovavano il loro inveramento.
Negli anni Trenta, in tutto il mondo arabo, nacquero movimenti e
si affermarono figure che indicano come il processo di recupero dell'auto-
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