Page 264 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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prime. Un altro  particolare da approfondire -  sul quale  non ci  soffer-
                miamo -   sarebbe quello delle requisizioni, per le quali non sembra che
                si siano seguiti i drastici metodi inglesi che pur coinvolgendo gli armatori
                requisivano tutto e subito <5 8 ).  Da valutare bene anche le ragioni della man-
                cata militarizzazione degli equipaggi delle navi mercantili, disposta da Ca-
                vallero  e più volte  sollecitata dai  tedeschi ma  non attuata (59).  ln  merito,
                un protagonista di tutto rilievo come Kesselring scrisse nelle sue memorie:
                        "Dato  che  i  trasporti  marittimi erano  ormai  limitati  a poche  zone ...  le
                        navi esistenti avrebbero dovuto  essere  in grado di effettuare i rifornimenti
                        bellici,  ma in realtà ciò non avveniva.  Secondo la mia opinione,  questo sta-
                        to di cose era dovuto  ai seguenti motivi: i metodi di lavoro dei cantieri na-
                        vali  italiani,  rimasti  ancora  quelli  del  tempo  di  pace;  l'insufficienza
                        dell'assegnazione di materie prime e parti di ricambio ai cantieri; la catti-
                        va volontà degli armatori italiani, restii ad affrontare i rischi della situa-
                        zione ... , l'errore di  non  aver  militarizzato la flotta  mercantile,  ripartita
                        in porti  assai  distanti  tra  loro;  le  difficoltà  inerenti  alla formazione  dei
                        convogli in seguito alle differenti velocità delle singole navi; infine,  la penu-
                        ria  di  carbone  e carburante" (60).
                     Non mancarono -     da ogni  parte -  errori.  Nessuna guerra come
                quella  dei  convogli  nel  1942 costrinse a  ribaltare o  dimenticare schemi,
                miti, mentalità di forza armata. Se le forze terrestri dovevano considerare
                che le  loro  retrovie erano  sul mare,  quelle  navali  dovevano  dimenticare
                Mahan e le  corazzate,  mentre quelle aeree non potevano nemmeno chie-
                dersi se erano tattiche o strategiche le loro missioni contro le  navi inglesi:
                domanda del tutto  oziosa,  perché  ciò  che  importa è colpire il nemico  e
                non  farsi  abbattere ...  Anche  per  la  Marina,  come  per  l'Esercito  ad  el-
                Alamein, si  può dire che ''mancò  la fortuna,  non  il valore ''. Alla fortuna, si
                può anche aggiungere la logistica ... Il miglior riconoscimento viene da un
                inglese  non  troppo  prodigo  di  elogi,  il  Macintire,  il  quale  scrive:

                        ''non può stupire molto che gli italiani abbiano battezzata la  rotta per la
                        Tunisia  come  'la  rotta  della  morte'.  Semmai sorprende  maggiormente che
                        si siano trovati dei marinai che abbiano accettato di correre rischi paurosi
                        più e più volte fin quando non venivano colpiti inevitabilmente da sommer-
                        gibili  ed aeroplani"  (61).



                (58)  B.  Mino letti,  op.  cit.,  p.  62-67.
                (59)  U.  Cavallero,  op.  cit.,  9  settembre  1942,  p.  483.
                (60)  A.  Kesselring op.  cit.,  p.  106.
                (61)  D.  Macintire,  op.  cit.,  p.  274.


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