Page 32 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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mise  Ribbentrop a  titolo  pregiudiziale,  prima ancora  che la  discussione
                generale avesse inizio, "potrebbe essere sfruttata dalla propaganda estremista in-
               glese''.  Sulla  base di una tale  premessa  si  decise  di  lasciare al  Giappone,
                qualora vi avesse insistito disbrigarsela da solo per quella sull'India, con
                al massimo una adesione formale della Germania e dell'Italia, ed all'Asse
                di proclamare qualche cosa di non troppo impegnativo nei confronti dei
                paesi arabi rinviando una dichiarazione ~era e propria a favore della loro
                indipendenza  "sino  a quando  non  si  sia  al sud del  Caucaso" < 24 l.
                    Proprio il giorno prima dell'incontro, a differenziare in qualche mo-
                do la linea italiana, chiaramente più esposta ed impegnata di quella tede-
                sca, Ciano aveva proceduto per suo conto ad uno scambio segreto di lettere
                con  il  Gran Muftì  di  Gerusalemme  e  con  el-Gailani.  La  questione  della
                dichiarazione era destinata a fare  parlare ancora parecchio di  sé e noi la
               vedremo ritornare di  nuovo  proprio alla  fine  di questa relazione. Tutta-
               via,  e lasciando da  parte le  questioni di  dettaglio,  le  cose andarono di lì
                i~ avanti proprio come stabilito  a  Salisburgo  con la  diffusione  alla  fine
                di  due comunicati estremamente anodini:  uno a  favore  dei  popoli arabi
                sottoscritto dall'Asse e voluto per debito di firma dall'Italia, l'altro poste-
                riore riferito all'India, firmato dal solo Giappone. Il tutto, sia chiaro, sen-
                za  alcun  coinvolgimento  nell'un  caso  come  nell'altro  del T ripartito < 2 5).
                    Ciano, di ritorno a Roma, vide ai primi di maggio il nunzio a Berna,
                monsignor Bernardini, e questi gli  disse  di sperare in una pace di  com-
                promesso  "in  autunno"  dopo l'offensiva  tedesca  in  Russia < 26 l.
                    Quindi,  il  30,  Ciano  pronunciò alla  commissione esteri  del  Senato
               una  relazione in cui se  la  prese larga a spiegare e giustificare la  politica
                estera  italiana  da  quando  egli  era  diventato  Ministro  degli  Esteri,  seguì
                però  dall'altra  il  filo  rosso  ben chiaro  di  fare  capire  che  l'Italia  fascista
                aveva  sempre fatto  una politica per l'Occidente e per l'Europa e  che  al-
               l'Europa  ed all'Occidente  occorreva  continuare  a  pensare  ed  a  guarda-
                re <27l.  Dopo, si  recò come d'abitudine al Quirinale un po' a ricevere elogi


               (24)  Le  due  frasi  citate  sono  entrambe  in  D.D.I.  9a,  VIII,  d.  492,  cit.,  p.  543.
                (25)  Per lo  scambio di lettere del 28 aprile, si  cfr. D.D.I., 9a, VIII, d.  488; mentre per
                    gli  sviluppi successivi,  mi limito  a  rinviare  a  R.  De Felice,  op.cit.,  p.  513-514,  e
                    sg.  anche se  me  ne  discosto  per  ciò  che  si  riferisce  all'incontro  di  Salisburgo.
                (26)  G.  Ciano,  Diario,  5  maggio  1942,  p.  157.
                (27)  Testo in D.D.I., 9a, VIII,  doc.  573, p. 626-642. Con chiaro riferimento ai margini
                    per un possibile  cbmpromesso europeo,  Ciano scomodò la  "Pax Augustea"  e cioè
                    un ordine internazionale ideale di giustizia e di equilibri tra le nazioni ed i popoli,
                    contrapponendola chiaramente al "Nuovo Ordine"  della Germania, ed alludendo
                    in  modo altrettanto chiaro alla  pace di  compromesso  che  Ciano aveva  in mente.


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