Page 335 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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partecipazioni azionarie e beni immobili da parte di privati e di gruppi
privati italiani anche se appare chiaro che erano tutti elementi che avveni-
vano del tutto fuori, o quasi in margine alle attività ufficiali della C.I.A.F .,
nell'intento di rendere evidente il senso di disagio che le molte iniziative
italiane generavano nella struttura che all'origine dell'era armistiziale era
stata indicata quale unico tramite tra l'Italia vittoriosa e la Francia vinta.
Invano il generale Vacca Maggiolini, nella sua veste di presidente della
C.I.A.F., tuonava contro simili "invasioni": dopo gli organi del partito, molti
organi del Governo di Roma non sembravano tenere in debito conto que-
sta esclusività della C.I.A.F. che vedeva, specie a partire dalla trattazione
delle questioni economiche, la concorrenza di molti organi italiani inco-
raggiati in ciò dalla stessa Francia di Vichy che poteva così, dopo aver
giocata la carta del doppio discorso itala-tedesco a proprio vantaggio, gio-
care pure la carta del discorso molteplice con alterni organi italiani. La
realtà era invece ben lontana da questa visione accentratrice; con l' evolu-
zione della situazione politica generale, all'unico organismo, rappresenta-
to dalla C.I.A.F. di Torino e dalla corrispondente Delegazione francese
presso di essa, erano venuti a sostituirsi per la trattazione dei rapporti
Italia-Francia tre organi distinti e cioè la C.I.A.F., il Regio Plenipotenzia-
rio a Parigi, con relativo Commissariato commerciale per la Francia e la
Delegazione economica francese a Roma. Con una simile situazione era
inevitabile che il problema dell'armonizzazione apparisse fondamentale ma,
a questo riguardo, la realtà era lontana da questa mitica unità di indirizzo
e di intenti. Pur essendo evidentemente difficile procedere a tagli netti tra
le attribuzioni di questi vari organi sorti per motivazioni contingenti e
per opportunità politiche o strategiche, la ripartizione delle competenze
"esclusive" ed il collegamento costante e perfetto tra questi enti o special-
mente tra i suoi massimi responsabili parevano altamente auspicabili. Non
si trattava neppure solo di decisioni di armonizzazione bensì si trattava
di vedere se fosse stato il caso di mantenere in piedi l'intera struttura ar-
mistiziale di Torino. In un suo promemoria al Capo di Stato Maggiore
il generale Vacca Maggiolini esprimeva, al riguardo, una serie di dubbi
che davano appieno il senso dei problemi che proprio allora, siamo alla
metà del 1942, si andavano presentando alle massime Autorità politiche
e militari italiane nei riguardi dell'atteggiamento da tenersi verso la Fran-
cia e nei confronti della stessa C.I.A.F.
Era il solito dilemma che non certo il Presidente della C.I.A.F. pote-
va risolvere schiacciato com'era tra i documenti imperativi della "vitto-
ria" e dell'armistizio e l'evoluzione evidente della situazione generale della
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