Page 346 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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come gli ultimi tentativi di resistenza all'invasione degli eserciti balcanici
                si rivelarono essere i fulcri  di completamente rinnovate forze armate av-
                versarie,  con la  duplice aggravante di  essere parzialmente controllati  da
                organizzati partiti comunisti e di riscuotere un sempre crescente consenso
                popolare. Convinte della complessità e della gravità del fenomeno, le Au-
                torità militari e politiche italiane tentarono di contrapporre al consenso
                popolare alla Resistenza un consenso popolare agli occupatori. La politica
                italiana nei Balcani nel1942 si caratterizzò di conseguenza come una po-
                litica d'"apertura" verso tutte quelle forze autoctone (civili e militari) che
                avrebbero potuto essere utilizzate nel breve periodo per stroncare le for-
                mazioni partigiane già attive (nel caso della Jugoslvia) o in fase di costitu-
                zione (nel caso della Grecia). È in questa logica che dovrebbero essere letti,
                ad esempio, i tentativi di  avvicinamento da parte degli  italiani al movi-
                mento monarchico-nazionalista nelle regioni bosniache occidentali, erze-
                govesi e montenegrine; ed è sempre per ottenere un consenso, per quanto
                limitato, che in Slovenia nel 1942 gli italiani- riducendo la dura politi-
                ca  di  denazionalizzazione -  decisero  di  coinvolgere maggiormente  nel-
                l' amministrazione e soprattutto nell'azione militare quei circoli nazionalisti
                ed anticomunisti che erano stati contattati sin dai primi giorni successivi
                all'invasione; ed infine, va  rilevato come la politica italiana benevola nei
                confronti delle minoranze etniche presenti nella  regione balcanica (dagli
                skipetari del  Kosovo ai valacco-rumeni del  Pindo) avesse come scopo la
                costituzione di  unità militari ausiliarie ed amministrazioni locali con un
                seguito  popolare tra  quelle  etnie.
                     In generale si potrebbe individuare un "punto fisso" di tutta la poli-
                tica d'occupazione italiana nella regione, nel corso del 1942, proprio nel-
                la volontà di inserirsi all'interno dell'eterna "polveriera balcanica" tentando
                di allearsi con tutte le minoranze etniche disponibili, cercando di ottenere
                il massimo vantaggio dai mai sopiti rancori tra le varie popolazioni, e fa-
                cendo leva oltre che sull'anticomunismo viscerale dei circoli politico-militari
                jugoslavi e greci ultraconservatori -  che vedevano l'occupazione italiana
                come il "male minore" rispetto alla vittoria delle forze partigiane filoco-
                muniste- anche sui sentimenti nazionali presenti in molte regioni e fru-
                strati da  anni di  centralismo (è  il caso  in particolare della Jugoslavia). I
                risultati di questa ricerca quasi spasmodica del consenso non furono sem-
                pre positivi, e dipesero principalmente dal tipo di rapporto che le autori-
                tà  d'occupazione  avevano  voluto  instaurare con  la  popolazione locale.
                     Nelle regioni legalmente o virtualmente annesse al Regno d'Italia od
                ai suoi precedenti Governatorati (Slovenia meridionale, prima zona della


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