Page 40 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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le sue potenzialità. Perché esse si  esplicitassero all'esterno in maniera per
                 così  dire inoppugnabile,  e ci  si  passi l'enfasi  del  termine,  occorreva  che
                 accanto alla  manifestazione del peso  politico  degli  Stati Uniti,  delle  loro
                 idee,  e del  ruolo guida che essi  intendevano esercitare nel dopoguerra,  si
                 manifestasse tutto  intero anche il loro  peso  militare.  Fu cioè  necessario,
                 in poche parole, che dopo la missione di Taylor, gli anglo-americani effet-
                 tuassero  lo  sbarco  di  Algeri.
                      È persino pleonastico notare che sul piano militare e per l'imponen-
                 za ed il livello tecnico dei mezzi navali e di terra impiegati, per la capacità
                 tattica delle  operazioni coordinate dal mare e dal cielo,  lo  sbarco anglo-
                 americano dell'8 novembre, dissolse senza possibilità di appello ogni equi-
                 voco ci potesse ancora essere quanto agli effettivi rapporti di forze nel Me-
                 diterraneo  e  nell'Africa  del  nord.

                     Allo  storico  è  evidente  che  quel  rapporto  l'Italia  l'aveva,  in  realtà,
                 perduto da tempo.  E precisamente da quando per mancanze di coraggio
                 e di forze non aveva tentato di neutralizzare Malta. Ma chi "dopo" lo sfon-
                 damento  di  el-Alamein  e,  quindi,  in  coincidenza  con la  visita  di Taylor
                 avesse voluto attardarsi a considerare quanto stava avvenendo in Cirenai-
                 ca ed in Tripolitania, un episodio di quell'alternarsi di avanzate e ritirate,
                 di  vittorie  e  di  sconfitte a  cui  aveva  abituato  in  quei  due  anni  e  mezzo
                 la  guerra  del  deserto,  avrebbe  potuto  anche  farlo.  Di  certo  riscuotendo
                 una  attendibilità sempre minore,  ma sicuro  di  trovare ancora  una  qual
                 certa credibilità. Non più però "dopo" lo  sbarco dell'8 novembre. L'Ita-
                 lia si presentava ormai come il punto più debole dell'intero schieramento
                 di tutti i fronti  su cui si  combatteva, in Europa quanto in Asia, il settore
                 più esposto e  più  facilmente  raggiungibile,  il tallone  d'Achille  dell'Asse,
                 il punto, in Europa, da dove gli Alleati potevano cominciare a colpire sen-
                 za  timore  di  trovare  forze  sufficienti  in grado  di  contrastarli  per  mezzi
                 e  con  tecnologie  che  stessero  per  lo  meno  alla  pari  di  quelli  di  cui  essi
                 disponevano. Da quel momento e senza falsi  pudori, l'Italia non ebbe al-
                 tra  prospettiva  che  la  sconfitta.
                      Se,  dunque,  tutto ciò fu  ovvio, va  subito  detto che,  a giudizio dello
                 storico,  la  lettura  politica  dello  sbarco,  anche  se  meno  esplicitata,  fu  al-
                 trettanto sconvolgente. Si esaurì all'improvviso quella sorta di spazio tem-
                 porale, legato al preteso  ritardo  di  preparazione degli  Stati Uniti, su cui
                 si  era tanto contato da parte dell'Italia, si  rivelò in tutta la sua dimensio-
                 ne,  con quei convogli enormi che attraversarono Gibilterra e che sbarca-
                 rono un'enorme quantità di uomini e mezzi sulle coste africane, che cosa



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