Page 135 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La resistenza                              133

                                       TRE ANNI DI GUERRA. DIARIO

                     Così abbiamo marciato per dieci giorni, andando ogni notte a far
                                    saltare dietro di noi le ultime strade






                    ....” dicembre 1917 „.
                      Questa sera in una borgata ai piedi del Grappa dove siamo scesi a riposo,
                    abbiamo trova un vecchio pianoforte nascosto fra le casse abbandonate. Un
                    giovane ufficiale d’artiglieria da montagna lo ha aperto, e ha incominciato a
                    trarne delle melodie che non udivamo da mesi. Poco dopo aveva intorno a sé
                    dieci ufficiali, venti ufficiali; tutto un pubblico improvvisato, un insieme di
                    volti chini oppure tesi verso la musica, come di gente che si ridestasse a una
                    sensazione nuova.... È stata una sera di ebbrezza, che ha dato a molti di noi —
                    dopo due mesi — una conoscenza nuova, di noi stessi. E quella musica che
                    odo ancora mentre scrivo mi ha finalmente riaperto l’animo o l’intelligenza,
                    non so, e mi ha rimesso in mano la penna; e mi ha ridato la tentazione di scri-
                    vere, di parlare, di non celarmi a me stesso. Possiamo dunque parlare ancora,
                    dopo l’invasione? La tragedia di ieri non ci ha lasciati soltanto come automi
                    a compiere il nostro dovere? Possiamo ricordare ancora, e osare di fermare i
                    nostri ricordi, rompere quella, terribile soluzione di continuità che data dalla
                    fine di ottobre a oggi, vigilia, di Natale? C’è qualcosa ancora che ci lega alla
                    vita, oltre il nostro sublime dovere di soldati? Possiamo finalmente aprire gli
                    occhi anche in faccia al nostro dolore e non soltanto per empirli di lagrime?
                      Tutto questo mi ha detto questa sera la musica rivelatrice e mi ha fatto,
                    finalmente, ricercare me stesso.




                      Il primo giorno, quello dell’annuncio, non lo ricordo bene. Erano voci va-
                    ghe che correvano lassù: non si voleva credere. Poi venne il primo bollettino,
                    il secondo: non si riusciva a capire. Poi vennero i primi sintomi, gli ordini per
                    il ripiegamento: osavamo sperare ancora; già le nostre Alpi si ammantavano
                    di neve.
                      Ma una sera ricordo — sei giunto tu, mio giovane amico ora lontano, da
                    Udine; e hai detto le prime cose vive, hai detto che cos’erano le strade e i
                    campi d’Italia, dell’Italia che si ritraeva dall’Isonzo al Tagliamento. Abbia-
                    mo visto, per la prima volta, l’immagine di quelli che avevano negli occhi,
                    il sacrificio tremendo. Quella sera per la prima volta ho pianto, ed ho pianto
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