Page 137 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La resistenza 135
drappelli che si ritraevano dopo le esplosioni, le quali erano il segno vivo della
nostra tragedia, il suggello dell’abbandono. Finché — alle strette delle valli —
abbiamo avuto il nemico addosso, ed è incominciata la nostra strana guerra,
quella che consisteva nel combattere con un velo di uomini disimpegnando il
grosso, nell’appostare una mitragliatrice per fare sfilare una batteria al sicuro.
E in questo gioco affannoso secondo il quale i battaglioni muovevano
come pedine, con alterna funzione di copertura e di sacrificio, in questa guerra
di insidia e di movimento, in questo vigilar d’ogni ora e d’ogni istante, in que-
sta tremenda tensione di volontà verso un fine, dimenticavamo talora - posso
dirlo - la tragedia: il nostro compito era così vivo ed aspro che pareva, in certe
ore, di non ricordare che camminavamo verso l’interno. Ma lo ricordavano
ogni tanto, con volto di strazio, quelli che rimanevano: i veneti che avevamo
redenti e quelli che abbiamo lasciati di là, quelli che non hanno potuto seguirci
come l’armento seguiva un tempo gli eserciti in moto, che ci interrogavano
con gli occhi e ai quali non si osava rispondere.... Ricordo, in un pomeriggio di
novembre, alle falde di un’alta catena nevosa, un colonnello alpino che entra
in una povera baita, e trova due vecchi e due bimbi: non fuggiranno, non pos-
sono, devono rimanere. Lontano, nella valle ieri nostra, si vedono già le prime
pattuglie austriache. I vecchi espongono, calmi, le ragioni per cui non possono
venire con noi, e piangono per i loro figliuoli soldati sul Carso (eravamo an-
cora sul Carso?). Il colonnello parla — semplice e forte — ma sembra ed è,
l’uomo che chiede venia di non poter fare per loro quel che era nell’animo di
tutti. La testa china dinanzi a quei vecchi egli era — in fondo — l’Italia che
doveva parlare umile dinanzi ai suoi figli.... Questo abbiamo dovuto fare nei
paesi che avevamo liberato, che avevamo tenuto, che abbiamo lasciato poi
senza nostra colpa. Questo abbiamo dovuto fare, per un’ora di oblio di altri
pochi. E davanti alle donne che ci guardavano — e che non vedevamo da mesi
— noi, uomini, dovevamo sfilare pensando che non le potevamo difendere, e
non per colpa nostra. Questo è stato il secondo sacrificio che ricordo.
Finché, nella conca laggiù, si è delineato un compito vicino e ha divampato
la guerra. E da allora ricordo meno. La guerra di ogni ora, il cannone inces-
sante, la schermaglia col nemico vicino è tornata ad esser la vita. Immagini
ancora troppo vive, e sensazioni fresche. Quando ci hanno lasciato e ho visto
a poco a poco sgombrare tutta la piana e fluire per grandi rigagnoli di strade
tutte le truppe e i carreggi, allora ho sentito tutta la bellezza del nostro com-
pito di guerra viva, fuor delle linee.... Poi, verso sera, è cominciato un altro
spettacolo: a traverso una delle strette che tenevamo, l’incolonnarsi dell’ulti-
ma schiera di reggimenti del Cadore e della Carnia, quelli che noi dovevamo

