Page 142 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                                             Ardengo Soffici

                      Il sacrificio è compiuto. Passeremo il Piave







                     Tenente  del  127°  reggimento  fanteria  Brigata  Firenze,  Soffici  era  stato
                  chiamato ai primi di ottobre 1917 a Cormons al Comando della II Armata
                  dal generale Capello, per occuparsi della propaganda fra i soldati visto che
                  per un po’ di tempo azioni non se ne faranno più. Ne La ritirata del Friuli,
                  libro scritto di getto nel 1919 sulla base di appunti presi di fretta in quei giorni
                  magari al lume rossiccio di una candela di sego, Soffici anticipava una sua
                  interpretazione della disfatta di Caporetto. Nella sua missione per organizzare
                  una struttura di sostegno al morale delle truppe, lungo quel tratto di fronte che
                  sarebbe stato sconvolto il 24 ottobre, aveva visto militari stanchi, male allog-
                  giati e peggio nutriti, pochi ufficiali preparati, molti giovani aspiranti chiamati
                  ad assolvere funzioni di comando senza alcuna preparazione, una situazione
                  organizzativa e psicologica dell’esercito così critica da far presagire, in caso di
                  una poderosa offensiva, una rotta rovinosa come poi avvenne. Descrisse allora
                  il suo angoscioso e inutile viaggio lungo le terre del Friuli inviato dai suoi su-
                  periori alla vana ricerca di comandi di unità ancora efficienti e in grado di far
                  fronte alla situazione di ora in ora sempre più critica. Per Soffici tuttavia nes-
                  sun tradimento ci fu da parte dell’esercito, nessun ammutinamento dei soldati,
                  certo impreparazione e totale disorganizzazione dei quadri dirigenti, tanta asi-
                  nità nel gestire l’enorme massa di sbandati in fuga, lo sconcio della confusio-
                  ne nella convulsa ritirata. E tra tutte, l’immagine tremenda della distruzione
                  del ponte della Delizia sul Tagliamento, mentre ancora vi transitavano truppe
                  italiane: una nuvola gigantesca di fumo e di polvere sospesa immobile nell’a-
                  ria umidiccia, e dal cui seno ricadevano in basso corpi oscuri ed informi.
                  Tuttavia per il tenente Soffici il male non è qui… il male è laggiù sotto di noi,
                  era nel paese, nella società civile, negli alti gradi dell’esercito: tutto il Coman-
                  do è in subbuglio perché gli alloggi non sono stati fatti in tempo e a modo.
                  Difendeva invece senza incertezze i combattenti italiani dalle aspre accuse di
                  Cadorna impresse nel bollettino di guerra del 28 ottobre: avrebbe fatto meglio
                  a cercare la vigliaccheria altrove che nei suoi soldati, i quali gli hanno fatto
                  vedere chi sono in undici tremende battaglie. Proprio, però, poco prima di
                  passare il Piave e abbandonare agli austro - tedeschi quel lembo d’Italia, visse
                  a Conegliano il gesto di primitivo eroismo di un vecchio combattente della III
                  guerra d’indipendenza, invalido, che, per non far cadere il tricolore che custo-
                  diva nelle mani dei nemici di allora che adesso si ripresentavano baldanzosi
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