Page 147 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
P. 147
La resistenza 145
Arrivati in cima, sopra uno spiazzo erboso e soleggiato, abbiamo visto vi-
cino alla base della torre un cancello di ferro più grande degli altri; e poiché
non era che rabbattuto, l’abbiamo spinto e siamo entrati dentro alla ventura.
Ci siamo trovati in un recinto più grande non si sa se giardino, parco o
cimitero, sparso di lapidi, di cespugli e di roseti, fra piante di lauri, di mirti e
tronchi di cipressi altissimi, diritti, slanciati a gruppi neri nel cielo e spargenti
su tutto un’ombra verde e fresca piena di riposo e di solennità.
La torre, alla nostra sinistra, levava in alto la sua massa poderosa; oltre la
torre un muricciolo basso chiudeva il recinto, al disopra del quale, di fra le
rame e le fronde, si scorgeva, avvolto in un flusso di luce, un gran lembo della
pianura.
Eravamo in contemplazione di questa solitaria magnificenza, allorché da
un usciuolo del castello è uscito e s’è avvicinato a noi, salutandolo, un vecchio
sbilenco, tentennante sulle gambe stanche, e senza un braccio.
— Siete voi il custode qui?
— Ai so’ comandi, sior.
— Si potrebbe salire sulla torre?
— Ostrega! Quando la vol!
Siamo entrati per l’usciolino, e su per una scala infinita, attraverso una ca-
mera, dov’era una vecchia, la moglie del custode, che rifaceva un letto, siamo
sboccati sopra una larga terrazza aperta nel cielo.
E, oh, lo spettacolo sublime che ci s’è allargato davanti agli occhi!
Sotto di noi, dalla parte opposta del paese, collinette, poggioli, piccole val-
li, fra altura e altura, coperte di viti, di olivi, di boschetti, popolate di case e
ville bianche, splendenti, intersecate di strade e stradette apparenti e sparenti
fra luci e ombre, svariate di terre lavorate, d’orti e di freschi prati si spiega-
vano nel sole, fino ai monti lontani tutte vestite dei più gloriosi colori della
stagione estrema.
Falde scarlatte, porporine, vermiglie scendevano dalle cime giù per i fian-
chi delle pendici; cumoli d’oro si ammassavano nelle insenature, traboccava-
no da’ muri e dalle siepi; zone e chiazze di viola, più o meno chiare a seconda
dell’ondulazione de’ terreni e il folto delle piantagioni, rigavano e maculavano
il largo prospetto. E alternate con quelle nell’infinita armonia delle mille e mil-
le sfumature che ne resultavano, gruppi cupi e immobili di lecci e di cipressi.
Ma dall’altra parte, dalla parte del paese oltre la distesa dei tetti oscuri
insieme e brillanti; al di là dei viali e delle case rosse, celestine, in giro, dove
veniva a finire come uno strascico di quel ricco addobbo dei colli, la visione
grandiosa della pianura era ancora più emozionante.
Sotto il cielo radioso, in un barbaglìo sterminato di luce appena più opaca

