Page 144 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                     Sveglio il maggiore Gonnella che era alfine riuscito ad addormentarsi alla
                  meglio, e partiamo.
                     E allora non ci fermeremo più che sul Piave! C’è da impazzire a pensare
                  che cosa significhi questa frase tradotta in realtà. Ma ormai non penso più; o
                  per dir meglio, non ho mai pensato fin qui: non ne ho avuto il tempo: sono
                  stato troppo affollato di daffare e d’impressioni.
                     Appena ora comincio a vedere in profondo e in largo la sterminata tragedia.
                  Il paese ed il fatto mi s’apron davanti in prospettiva e vedo tutto: il crollo delle
                  armate a destra, a sinistra; le terribili masse umane in movimento — non ne ho
                  viste che una parte fin qui — le terre perdute, le ricchezze.
                     L’umiliazione. Il dolore.
                     E la visione è così vastamente straziante che lo spirito non può contenerla:
                  è così sproporzionata alla sua potenza che quasi ne nasce nell’anima smarrita
                  una sorta di disperata tranquillità.


                     Correndo nella fredda mattina verso la nuova meta, abbandonati stanca-
                  mente nell’automobile, il maggiore Gonnella ed io parliamo con serenità.
                     Questo napoletano giovane, intelligente, simpatico e che ho visto dacché
                  lo conosco lavorare con ardore e fermezza nelle più terribili congiunture, è
                  il primo uomo competente col quale possa parlare a cuore aperto intorno al
                  formidabile avvenimento.
                     Egli sa molto, ed io pure so parecchie cose, ormai. Vediamo. Di che si tratta
                  insomma? Il fatto primo, «la insufficiente difesa di alcuni reparti» lassù, non
                  basta a spiegare la vastità dello sfacelo: tante altre volte, dappertutto, su tutti i
                  fronti d’Europa, sono avvenuti episodi simili, ma sempre vi si è posto rimedio;
                  noi come gli altri.
                     Le  condizioni  materiali  e  morali  dell’esercito;  quelle  di  cui  anch’io  ho
                  scoperto qualche ragione e qualche sintomo nella mia gita interrotta. Anche
                  questo può illuminare un poco; ma non può essere in nessun modo una causa
                  sufficiente.
                     Errori di comando? Mancanza di energia? Di previsione? Ce ne saranno
                  stati senza dubbio; ma non di tal misura da render necessario e naturale quello
                  che è poi successo. Tutto ciò può avere avuto la sua influenza: ma nulla giu-
                  stifica. Nulla.
                     Possono essere state, quelle, cause concomitanti; ma la ragione vera? La
                  ragione capitale?
                     Guardiamo questi soldati che ci passano accanto, muti, timorosi di noi; ma
                  che basta comandare per vederli precipitarsi a obbedire; che non dicono una
                  parola, non fanno un gesto d’indisciplina. Che basterebbe fermare e dir loro:
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