Page 141 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La resistenza                              139

                    Abbiamo abbandonato tutto, non l’animo. Candoni è stato a tutti gli sbaragli
                    della ritirata, con una compagnia di copertura. Quando hanno voluto un ardito
                    per un còmpito arditissimo, non hanno scelto un giovane, ma hanno preso
                    lui, questo scultore quasi quarantenne, l’alpino nato. Sul saliente della nostra
                    estrema difesa ha fatto cose mirabili: al nemico che saliva all’attacco, rispon-
                    deva urlando e ridendo.
                      Pochi giorni prima di morire ha avuto la medaglia d’argento sul campo.
                    Prima di morire aveva la febbre; non ha voluto scendere all’ospedale. Una
                    scheggia di granata lo ha colpito alla testa. È morto salutando il suo maggiore
                    lontano. Le mani, quelle sue ferree mani che avevano plasmato con tanta arte
                    in pace e guidato con tanta perizia, in guerra, le mani callose dei suoi minatori
                    e il polso fermo dei suoi alpini, hanno brancolato nel vuoto. Non ha visto più,
                    ed è morto. E io non so staccare il mio pensiero da questo mio fratello mag-
                    giore, che avevo tanto amato lassù nei giorni che ci consentivano di parlare
                    con nostalgia discreta della nostra vita passata; di arte, se arte conoscemmo; di
                    poesia quando la poesia si trovava sopra tutto nella vita fra i soldati. Candoni.
                    Ecco un uomo che ha adorato l’Italia di così struggente amore e dolore, che
                    mi pare sia bene ricordarlo qui - nelle pagine di un soldato - a mostrare che
                    solo per l’amor nostro al paese e all’esercito, queste parole sono vestite di una
                    mestizia che può parer aspra e di un cordoglio che non è desolato, ma fatto
                    solo di spasimo e di fede.
                      Certo, l’Italia oggi deve la vita a questi morti suoi grandi, e ai mille e mille
                    come loro, anche se senza nome. E la reverenza che per i suoi caduti sente la
                    patria, è per i nostri grandi soldati di ieri la gloria e l’immortalità.
                      Per noi, che restiamo, i caduti sono i maestri del sacrificio, della fede e
                    dell’umiltà.




                                                   Gualtiero Castellini, Tre anni di guerra. Diario.
                                              Milano, Fratelli Treves, Editori, 1919, pp. 201 – 215.
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