Page 136 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  di rabbia — ora lo confesso — più che di angoscia. Poi è venuta l’angoscia,
                  perché non si sapeva bene: all’Isonzo no, ma neppure al Tagliamento? E se
                  non al Tagliamento, dove? E noi delle Alpi non potevamo rimanere? Ci si
                  sentiva così forti.... Erano i giorni dei provvedimenti preliminari, nei quali vo-
                  levamo illuderci ancora. E non vivevamo più se non come automi. Finalmente
                  (l’avverbio è venuto alla penna così, e così doveva venire) è giunto un ordine:
                  ripiegavamo anche noi. Pare cinico a dirsi, ma la febbre d’angoscia è cessata;
                  dovevamo agire.... E per esaltarsi e per vivere avevamo bisogno di quello. Ci
                  siamo immersi nel nostro nuovo dovere con una volontà di sacrificio ferma
                  fino allo spasimo. Capivamo, forse, che muoversi voleva dire andare incon-
                  tro al nemico. E ci siamo andati. Credo di poter dire con orgoglio che poche
                  operazioni militari della nostra guerra gloriosa dei primi anni, della nostra
                  guerra dura di questo inverno, sono state così compiutamente belle come l’e-
                  popea dei nostri alpini che dalle Alpi al saliente del Grappa per venti giorni
                  hanno camminato combattendo, e poi — sul posto — per venti giorni hanno
                  combattuto ancora e vinto. Ma la comprendiamo soltanto ora, soltanto ora lo
                  sentiamo. Quando siamo partiti di lassù ricordo di avere scritto ad una persona
                  cara più che un saluto, una parola simile a una parola di congedo: capivamo
                  che si usciva — per un po’? per quanto? per sempre? — dalla vita comune;
                  forse ci saremmo scritti un giorno ancora, ci saremmo incontrati.... Intanto, si
                  partiva verso l’ignoto.




                     Ricordo la sera in cui gli alpini del battaglione feltrino hanno lasciata la
                  cima altissima, la cima che essi stessi avevano conquistato un anno prima:
                  singolare ventura per un battaglione di essere rimasto sulle posizioni fatte sue
                  col sangue, finché è venuta l’espiazione di tanta fortuna, e gli alpini hanno
                  lasciato la loro cima volgendosi ogni tanto a guardarla con amore, come poi
                  si voltarono, in piano, a guardare le case abbandonate per salire alle nuove
                  difese.
                     Ricordo le oscure notti in cui siamo passati di linea di sosta in linea di so-
                  sta, scalando ogni dodici ore una barriera nuova, fermandoci come per dar vita
                  ad una difesa permanente, riprendendo il giorno dopo il cammino col pensiero
                  alle case, alle baite, alle strade lasciate il giorno dianzi vive della vita, dei
                  nostri alpini. Ed è incominciata l’opera vigile e strana delle retroguardie: ogni
                  notte, dopo che le truppe ultime avevano sgombrato, ritornavamo sui nostri
                  passi sino all’estremo ponte lasciato fra noi e il nemico; si trovava il drappello
                  dei minatori, e il ponte saltava. Così abbiamo marciato per dieci giorni, an-
                  dando ogni notte a far saltare dietro di noi le ultime strade, le opere abbando-
                  nate; nella notte, nel silenzio, nella solitudine ricorderò sempre quegli ultimi
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