Page 138 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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136 Dalla Battaglia D’arresto alla Vittoria
coprire e raccogliere, e che abbiamo salvato. E allora con i nostri occhi abbia-
mo capito che cosa fosse stata, sull’Isonzo, la rotta. Certe immagini zoliane e
tolstoiane che non avrei mai osato ripensare, sono balzate — subito —dinanzi
agli occhi. Coorti interminabili di fanti con i volti sparuti e le occhiaie livide;
colonne di carreggi senza fine, trainate da cavalli, da muli, da buoi; ogni tanto
— fra avanzi di un reggimento e di una batteria — uno stuolo di profughi. E la
pioggia battente di sopra, il fango di sotto: tutta la miseria umana in moto, Ma
noi — fortunati — dovevamo fermarci e batterci, e questo vivificava lo spirito
e ci ha lasciati sereni.
Così sono incominciate le ore di fuoco, quelle che non saprei né vorrei
descrivere mai. Mentre le armate della Carnia e del Cadore sfilavano nelle
gole, su - ai passi e alle cime - si combatteva: all’imbrunire il tremendo urto
nemico ha ragione delle più disperate resistenze; i superstiti nostri si aprono
la via a ferro freddo. Ma il nemico non osa scendere nella conca, e gli ultimi
provenienti di lassù sono salvi. Alla mattina la nostra mobile difesa è ridotta
ad un ponte, con un pugno di alpini. Per quattro giorni dura l’odissea dei nostri
battaglioni fuor delle linee, mentre l’esercito si schiera sul Grappa, fra Brenta
e Piave. D’ora in ora mutiamo fronte, raccordiamo linee, lasciamo veli sulle
posizioni, arretriamo combattendo. Un giorno — lo ricorderò finché vivo —
da un forte di sbarramento un maggiore telefona: «Sto per essere accerchiato.
Devo tenere ancora?» Risponde, calmo, il suo capo: «Fino all’imbrunire, per
permettere il ripiegamento al reparto più grosso, che ha alla sua sinistra». «Sta
bene». Dopo mezz’ora altre notizie telefoniche dal forte semiaccerchiato, cal-
me, come notizie di un fatto normale. Un’ora prima dell’imbrunire un’ultima
telefonata: «Sono accerchiato. Non potrò telefonare più. Faccio il mio dove-
re». Poi il telefono non ha più risposto, e il maggiore — con i suoi uomini —
non è più tornato.
Non sapevamo più nulla del mondo. Eravamo fuor delle linee. Pensavamo
a muovere per nostro conto, mangiando quel che si trovava, senza dormire
letteralmente mai - per quattro giorni e per quattro notti. A mano a mano si
ripiegava, tagliavamo i ponti, facevamo saltare opere di antica e famosa archi-
tettura militare: i forti dell’antica frontiera li abbiamo intasati e fatti saltare noi
come se il distruggere le soglie della patria fosse stato un còmpito meccanico,
prestabilito. Tagliavamo i telefoni ripiegando e li conservavamo soltanto ver-
so tergo. Ogni tanto, nella notte, si sentiva al telefono - per induzione - qualche
parlata di comandi lontani. Ricordo, una notte, il comandante di un corpo di

