Page 140 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  tutto, capitano Honorati, cavalleggero fino ad ieri, eppure prode fra i più prodi
                  alpini.... Di ognuno - ora che scrivo il nome - potrei parlare a lungo, come di
                  un fratello, ricordando ore di trincea ed ore di sosta, facendolo rivivere come è
                  vivo nella memoria. E quanti altri, quanti altri.... Ma chi vi ha ricordato in quei
                  giorni? In quei giorni era la guerra. Pensavamo al problema del momento, alla
                  trincea perduta e da riprendere, al rincalzo che doveva accorrere, alla vita di
                  domani, a noi stessi e alla nostra carne che ha freddo, che ha fame, che trema.
                  Così abbiamo vissuto per quaranta giorni lassù e ci siamo legati con i vivi
                  e con i morti, con i fratelli d’arme dei battaglioni alpini in modo che solo il
                  tempo consentirà di dire.... Giornate di novembre, del primo impeto austriaco
                  ributtato, dei primi prigionieri fatti al nemico! La notte del 25 di novembre,
                  quando la prima tormenta ha infuriato sulla sera, sera di vittoria, e sui feriti
                  stesi in barella per le mulattiere è scesa - crudele - la prima neve: lo strazio
                  del ciclo dopo la tragedia umana.... Giorni di fuoco in cui passare dalla Malga
                  fiammeggiante in rovina sembrava - ed era forse - come il passare attraverso il
                  roveto ardente, col solo ausilio della propria fede, l’onore.... Poi la ripresa di
                  dicembre: le due divisioni germaniche all’attacco, la disperata difesa della Val
                  Calcino. I battaglioni fiaccati, i battaglioni dimezzati, i battaglioni decimati;
                  ma il nemico contenuto, il nemico fermo, il nemico vinto.... Sono le memorie
                  di ieri, ancora vive: vedo le strade nella neve come solchi troppo vicini, vedo
                  il bombardamento infernale che annerisce la montagna bianca, spazza la neve,
                  incenerisce. Ripenso alla stasi di ogni notte e al sorgere di ogni alba quando in
                  cuore chiedevamo: «Ricomincerà?» finchè i primi colpi annunciavano la gior-
                  nata di fuoco, ed ogni sera che passava era veramente un giorno di vita dato
                  dagli alpini agli italiani. Tutta questa febbre di ieri io non so dire. E penso solo,
                  con umiltà, ai nostri morti che ci hanno lavato di tanto dolore e che questa sera
                  mi hanno fatto scrivere senza più vergogna. E a te per tutti, capitano Albino
                  Candoni, che sei caduto per ultimo - quando veramente l’Italia era stata sal-
                  vata dai nostri - e che non avrò più innanzi, come un esempio, a insegnarmi
                  la via del dovere.
                     Candoni. Trentanove anni di età; volontario di guerra da due; subalterno
                  pochi mesi, poi capitano per merito di guerra. Nessun ufficiale alpino aveva
                  mai avuto una compagnia come la sua: friulano, ma da venti anni a Roma, era
                  uno scultore possente e modellava ancora, nelle ore di ozio, quando eravamo
                  lassù sulle alpi conquistare. Ma poi l’artista s’era fatto soltanto soldato: pareva
                  avesse imparato dalla plastica delle montagne il modo che si deve tenere per
                  conquistarle e trasformarle, e lassù aveva compiuto, con la sua sola tenacia,
                  un’opera gigantesca di gallerie attraverso una cima paragonabile alle più note
                  del Lana e delle Tofane. Doveva servirci per offendere: avevamo pronte le
                  artiglierie nelle caverne nascoste, quando è giunto l’ordine del ripiegamento.
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