Page 155 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La resistenza                              153


                        Noi, miei cari, sappiamo di aver perso, ma sappiamo anche che
                        possiamo fare quello che ha fatto il nemico, e lo faremo. Il sangue è
                        tumultuoso nelle vene, si stringono i pugni, i denti, si freme.
                        La famiglia, la fidanzata, la casa sono cose care ma oggi non si
                        sente che la patria, oggi non sento che l’ultima strofa dell’inno a
                        Trieste « O vincere o morir » e vi giuro su quanto ho di più caro al
                        mondo, che la vita che faccio oggi è una vita d’inferno, è opprimen-
                        te e sferzante il pensiero, sento che il nemico ride, sento che villag-
                        gi e città bruciano, che migliaia di italiani piangono, sento che su
                        questo Piave io resterò facendo parte della selva di reticolati che io
                        giornalmente dissemino, resterò senza retrocedere di un passo, resi-
                        stere od avanzare, nessun’altra via di mezzo è concessa altrimenti,
                        le vestigia del nostro onore si frantumerebbero anch’esse, altrimenti
                        non sarei più capace di vivere.
                        Non invoco i miracoli di S. Gennaro, invoco soltanto la salvezza
                        delle anime, la fiducia in noi stessi e poi si mostrerebbe al nemico
                        che non occorre avere una testa quadra per vincere, o la mazza, od
                        i gas asfissianti, o l’elmetto a punta...
                        Vinceremo, lo sento, torneranno i giorni felici, o le corone d’alloro,
                        forse non torneremo noi, ma il non tornare significa che il nostro
                        sangue si è versato per lavare un’onta, per calmare le grida di pro-
                        testa dei nostri poveri morti sul campo...
                        Ora si sente l’amore per la patria, ora su queste pianure venete ric-
                        che di piantagioni e di viti e di sole, ora che vediamo e ci rendiamo
                        conto di quanto costi una ritirata d’ uomini, di materiale, di suolo
                        nostro.
                        Il nemico si fa ardito, innalza al cielo i suoi Drachen, i suoi areo-
                        plani scendono a basse quote, i suoi cannoni rombano incessanti, i
                        suoi esploratori vengono fin sotto le nostre linee... hanno vinto una
                        volta! È una vittoria che segnerà il principio della loro disfatta,
                        vogliamo ricacciarli e ci sentiamo forti di farlo...
                        La scorsa notte passavano lungo il Piave i corpi di parecchi sol-
                        dati loro rigonfi come carogne, putrefatti, morti chi sa dove, morti
                        in una maniera come vorrei farli morir io, ed intanto si sentiva in
                        lontananza un grido straziante, prolungato di donna che gridava
                        ancora come notti fa: «Vigliacchi, vigliacchi, aiuto italiani, aiuto!»
                        Chi non freme è perché non ha cuore, chi non freme è perché non
                        sente d’essere uomo e d’avere una volontà.
                        Penso a voi se foste qua, penso che vi ucciderei piuttosto di lasciarvi
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