Page 176 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                     Il terreno reca ovunque le impronte dell’asprissima pugna. I campi presso
                  Fagarè, col granoturco non ancora raccolto, hanno larghe pozze di sangue e
                  cadaveri dispersi. Dall’isolotto centrale del fiume, che i soldati chiamano già
                  «isola dei morti», si stanno trasportando feriti e cadaveri. Un caporale austria-
                  co ferito dice; — «Il 91° è stato tutto distrutto».
                     Al cimitero, dove il nemico si era asserragliato, come a Magenta nel ‘59,
                  la scena è impressionante. Sul tetto del sepolcreto dei Bertoli vigilano due ve-
                  dette; a basso i soldati trasportano feriti, feriti e feriti. Portano anche austriaci.
                  Osserviamo: — «Prima però portate i nostri i vostri fratelli». I soldati rispon-
                  dono: — «Anche questi, però!» Sì, buoni e bravi soldati, non sarà mai da un
                  italiano che uscirà parola men che pietosa!
                     I nostri morti hanno gli occhi aperti; sembra vedano e sentano ancora. Ce
                  n’è uno, il sottotenente Ceretti del battaglione di marcia del 58° fanteria, un
                  bel giovinetto di ventidue anni, che è morto proprio sorridendo. Sorride an-
                  cora. Fa pena toccarlo, per non sciupargli il sorriso sulle labbra. Non è una
                  frase, dunque, che per la patria si può morire sorridendo! Ma quelli invece che
                  sono stati colpiti da pallottole esplosive, sono deformati. Che infamia! Molti
                  austriaci sono vestiti con divise italiane. Sull’argine di San Marco si è com-
                  battuto dall’uno all’altro margine, a distanza di metri, di braccia; i soldatini
                  del ‘99 che sono ancora sul posto, sono andati cinque volte alla baionetta. E i
                  morti addossati all’arginello ne dimostrano gli effetti.
                     — «Ma mi son de Pordenon», dice uno, come per far capire la ragione tan-
                  gibile del suo eroismo. E poi, mostrando il rancio caldo: «Se magna ben ne le
                  gavette todesche». Sono proprio fanciulli!
                     Intanto, i bersaglieri continuano a trasportare feriti dagli isolotti. Il sole
                  tramonta e sullo specchio lucente dell’acqua si profilano i soldati curvi sotto
                  il carico pietoso. È calma all’intorno; la calma dell’indomani. Rivedo qualche
                  veterano di Oslavia, Molinari, Donadini, divenuti aiutanti di battaglia; Sessa
                  è salito al grado di portaferiti; Goehring, veterano di monte Coston, è divenu-
                  to capitano ed aiutante maggiore; tutti si sono battuti, anche don Ortolani, il
                  cappellano. Il piccolo Campagnani, mitragliere, ferito ad entrambe le mani, ha
                  continuato a manovrare l’arma fino a sera; un rumeno, venuto in Italia a ven-
                  dicare il fratello morto sul San Michele, è stato fatto due volte prigioniero, ma
                  si è salvato. Quantunque non parli italiano, fa capire esuberantemente la sua
                  gioia. Mentre annotta (c’è fra i presenti anche l’on. Comandini), i bersaglieri
                  sull’argine, fuori dalle trincee, gridano verso il nemico: — «Viva l’Italia!»
                  Sembra una giornata di festa.
                     A mezzanotte è arrivato l’ordine del giorno dell’Armata che dice: «Il sole
                  della vittoria splende ancora sulle lacere bandiere». Sì, l’Italia di Caporetto è
                  oramai morta; colla giornata di Fagarè sembra nascere una nuova Italia, l’Ita-
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