Page 256 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  nostre truppe. Allora mandai il mio sottocapo di stato maggiore dal coman-
                  dante della prima Divisione di cavalleria, per informarlo dell’occupazione di
                  Vittorio, e ordinargli di incolonnarsi con la sua Divisione per Conegliano e
                  Vittorio, aggirando così il Monticano, per dirigersi poi verso Polcenigo, alle
                  origini della Livenza. Infatti era presumibile che noi, superato il Monticano,
                  avremmo trovato delle resistenze ai ponti della Livenza; bisognava perciò gi-
                  rare quel forte ostacolo alle sue origini, verso Polcenigo.
                     Così fu fatto. Alla sera del 30 anche la linea della Livenza era spuntata in
                  qualche tratto delle sue origini.
                     Se nella prima fase della battaglia le alture di S. Salvatore e di Conegliano
                  avevano un’importanza decisiva, nella seconda fase era di sommo interesse
                  per noi di impadronirci sùbito di M. Cesen e dell’estremità meridionale delle
                  Prealpi Bellunesi, per girare le difese che certamente il nemico aveva organiz-
                  zate ai passi di S. Boldo e di Fadalto. Il comandante del 27° Corpo vi aveva in-
                  fatti provveduto. Il 22° Corpo incontrava resistenza a S. Boldo e ai colli vicini;
                  e così pure l’8° Corpo, dopo di essersi impadronito di Serravalle, non poteva
                  raggiungere il passo di Fadalto, ed era costretto a mandare una colonna celere
                  per il Cansiglio, per aggirare quel passo. Ma, come ho detto, l’aggiramento era
                  assicurato già dalla sera del 30, per l’occupazione dell’estremità meridionale
                  delle Prealpi Bellunesi per parte del 27° Corpo d’ Armata.
                     Il 31 le Prealpi Bellunesi erano ovunque superate. Ormai il nemico era
                  in rotta su tutta la fronte, la via di Vienna era aperta. ed il mio còmpito era
                  finito. Non restava che raccogliere dappertutto i frutti della vittoria: inseguire,
                  incalzare, non dar tregue, penetrare nel territorio nemico e dettare la pace da
                  Vienna. Ma l’armistizio del 4 novembre arrestò la marcia vittoriosa, quando
                  più non avevamo davanti a noi nemici se non in fuga.
                     I prigionieri giungevano a decine di migliaia, a centinaia di migliaia. Essi,
                  già così spavaldi, che ostentavano disprezzo per noi, ed un giorno, vittoriosi,
                  a grandi urla esaltavano il loro odio trionfante contro di noi, ora passavano
                  avviliti, laceri, affamati, demoralizzati come suini, umili ed abbietti, gettando
                  le armi. Tutto il mio odio per il nemico ereditario svaniva, e non provavo per
                  quelle povere creature umane che una immensa, profonda pietà. Non so se sia
                  una forza o una debolezza: ma in questo sentimento sta la differenza tra noi e
                  loro.
                     La battaglia attesa ed invocata era stata combattuta senza tregua, per oltre
                  una settimana, e la vittoria si era data a noi pienamente, come noi avevamo
                  voluto, fortemente voluto.
                     La battaglia incominciata sul Grappa dalla IV Armata, la quale aveva colà
                  attirato e fissato le forze nemiche che la fronteggiavano, era stata - dall’inizio
                  alla fine - la battaglia dell’VIII Armata. La battaglia di Vittorio Veneto. Il Co-
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