Page 263 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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con l’altra ai cilindri, spingiamo l’appa-
recchio avanti, a motore fermo. Ma dopo
aver percorso un centinaio di metri ci
accorgiamo che non è possibile andare
ancora così se non vogliamo correre il ri-
schio di arrivare troppo tardi. Mettiamo
a moto lentissimo l’apparecchio e proce-
diamo, aiutandoci con le braccia finché
non vediamo l’ostruzione interrompersi.
È possibile che già siamo arrivati alla
breccia della diga? alla porta, là dove
dobbiamo penetrare nell’interno del por-
to? Ci infiliamo in questa interruzione, e
solo dopo un certo tempo comprendia-
mo che, per l’affondamento di qualcuno
di quei cilindri l’ostruzione è interrotta.
Ritorniamo dopo molti sforzi fuori dalla
ostruzione stessa e ricominciamo il no-
stro cammino, quando mi sento prendere
e stringer per un braccio. Mi rivolgo e l’ingegnere mi indica con la mano tesa
una massa nera che pare si avanzi verso di noi; ci fermiamo immergendoci il
più possibile. Distinguo nettamente la torretta di un sommergibile, mi pare
che si avanzi verso di noi un po’ troppo, comincio a sospettare che ci abbia
scorti, porto istintivamente le mani alla mia valvola di comando per l’accen-
sione delle torpedini e la distruzione dell’apparecchio, onde essere
pronto ad assolvere il mio impegno d’onore, ma la massa
oscura passa ad una cinquantina di metri da noi, si allonta-
na, scompare. E noi riprendiamo lentamente il cammino.
Quando siamo finalmente in vista della diga in blocchi
di cemento, crediamo necessario, dopo un breve consulto,
che uno di noi vada avanti solo a nuoto ad ispezionare. Si trat-
ta di vedere se i blocchi di cemento della diga scendano a picco sul
mare e ci concedano un “angolo morto” oscuro nel quale scivolare con
tutto l’apparecchio, o se tali blocchi siano invece depositati su una scogliera
degradante verso il mare, nel quale caso dovendo rimanere alquanto discosti
dalla diga, le sentinelle potrebbero vederci dall’alto. Mi avanzo con la testa
emergente nell’acqua, trascinandomi a forza di braccia lungo l’ostruzione e
con i piedi immobili per paura che l’effervescenza tradisca la mia presenza e
con grande gioia constato che la roccia è a picco sul mare. Torno indietro, do
la notizia all’ingegnere, procediamo con tutto l’apparecchio fin sotto la diga.

