Page 265 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La  vittoria                               263

                    essere scoperto, ma la corrente è più forte di me e ci allontana verso il largo.
                    L’ora incalza, il timore di non arrivare a tempo ci costringe a prendere una de-
                    cisione grave: l’ingegnere mette in moto il motore e dopo una larga circonvo-
                    luzione per girare l’apparecchio dirige verso il centro della porta. Mi aspetto
                    una fucilata dalla sentinella, guardo fissamente sulla punta, ma non la veggo
                    più. È la bella stella d’Italia che ci protegge.
                      Pioviggina, forse la sentinella è al riparo. L’ingegnere e io calchiamo for-
                    temente, con tutto il peso dell’apparecchio ed a poco a poco riusciamo a farlo
                    passare al di là della porta e noi lo seguiamo scavalcando le travi una ad una.
                      Appena siamo nell’interno ci accorgiamo che due grosse barche a vapore
                    sono ferme all’imboccatura: sono i tenders di guardia, come ci erano stati de-
                    scritti dalle informazioni del Capo di Stato Maggiore e da una di quelle barche
                    sentiamo il rumore che fa il tiraggio del vapore.
                      Seguiamo nell’interno la stessa via seguita all’esterno, lungo la diga.
                      Ci aspettiamo di incontrare da un momento all’altro un’ostruzione sottile,
                    fatta di travi longitudinali, quale appariva dalle fotografie degli aviatori: po-
                    trebbe anche essere un piccolo sbarramento d’allarme con fili elettrici sottili, e
                    siamo già preparati ad evitare tale sorpresa; ma non incontriamo lo sbarramen-
                    to. Incontriamo invece un’altra grossa barca all’ancora, un vecchio veliero
                    forse, con lungo bompresso. Un altro posto di guardia o un deposito. Lo evi-
                    tiamo e ci dirigiamo sulle ostruzioni retali, che incontriamo piuttosto presto.
                    Queste ostruzioni retali sono costituite di un triplice ordine di reti, che corre
                    parallelamente alla diga, e di un altro triplice ordine traversale che parte dalle
                    vicinanze di valle Zonchi e si dirige perpendicolarmente alle prime. Seguendo
                    l’itinerario tracciato dal Comando non dovremmo trovare sul nostro cammino
                    che le ostruzioni parallele e potremmo evitare le altre; ma, per quanto la lunga
                    preparazione ed il lungo studio del luogo ci permettono, ad onta delle oscurità,
                    di individuare con una relativa facilità la insenatura di Val Maggiore e quella
                    precessiva di Val Zonchi, non possiamo però seguire fedelmente la traccia
                    segnata.
                      La bussola che l’ingegnere ha con sé non funziona, perché piena d’acqua,
                    cosicché quando, oltrepassate le prime tre ostruzioni retali con una fatica non
                    lieve, spingendo l’apparecchio a forza di braccia sulle reti, crediamo di aver
                    oltrepassato finalmente ogni ostacolo, percorse altre poche decine di metri, ci
                    troviamo sul fronte altre tre ostruzioni. Per un momento io ho il dubbio che,
                    perduto l’orientamento, facciamo in senso inverso la via già percorsa, ma l’in-
                    gegnere mostra non avere alcun dubbio e decide di andare diritto.
                      Ma, passata la prima ostruzione, mentre stiamo per raggiungere la seconda,
                    vediamo a pochi metri da noi un battello attraccato alle reti stesse, e su quel
                    battello un’ombra, la cui forma non è chiaramente individuabile. Un uomo su
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