Page 270 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  lungo il fianco dritto, effetti esteriori assai lievi, nel complesso, la nave però
                  sbanda subito a dritta in modo piuttosto rapido, indi rallentato ma continuo. La
                  maggior parte dei presenti si allontana allora da noi, altri ci sono intorno e mi-
                  nacciano di rinchiuderci a bordo. Il Comandante pochi metri lontano mostra
                  di disinteressarsi della nostra sorte; io mi rivolgo a lui facendogli presente che
                  la nostra condizione di belligeranti e l’operazione guerresca da noi compiuta
                  debbono darci il diritto al rispetto delle nostre persone ed escludere un trat-
                  tamento quale quello che ci viene minacciato. Il Comandante, apprezzando il
                  carattere della mia protesta, ci consente di nuovo di lasciare la nave, e dà ordi-
                  ne in lingua tedesca ad una imbarcazione a remi trovantesi di poppa a sinistra
                  a portata di voce di venire a raccoglierci. Io termino nel frattempo, aiutato dal
                  Dr. Paolucci di svestirmi dell’abito impermeabile rimastomi addosso comple-
                  tamente tagliato e che mi darebbe impedimento al nuoto e mi calo in acqua
                  lungo una fune filata lungo il bordo sinistro a poppa.




                                     Dalla relazione di Raffaele Paolucci

                     Mi getto in acqua per primo e nuoto verso il battello; mentre sto per rag-
                  giungerlo vedo un ciuffo di capelli a fior d’acqua, lo tiro su: è un marinaio
                  italiano, non ricordo se di Pisino o di Rovigno; fo per aggrapparmi al battello,
                  ma uno di quelli che vi è sopra grida agli altri che io non debbo salire e fa per
                  colpirmi sulle mani. Mi aggrappo allora al remo, ma egli sta per prendere un
                  altro remo e colpirmi, quando l’italiano salito su mi tende la mano.
                     Intanto vedo l’Ingegnere che scende giù per la corda, c’è sotto il bordo
                  della Viribus, attaccato alla corda, là dove egli scende, c’è un grosso tedesco
                  che grida la sua paura come un maiale al macello. Dopo un paio di minuti
                  l’ingegnere mi raggiunge e sale sul battello. Ci voltiamo a vedere la tragica
                  scena. L’alba già piena, ed in questo chiarore livido la grande massa della
                  Viribus Unitis si sbanda. La scritta Unitis è già in acqua e Viribus è ancora
                  emersa. Ironia di quel Viribus che è una tanto e decadente debolezza! Intorno
                  al colosso agonizzante, grida, urli, imprecazioni e un’agitarsi di uomini e di
                  cose; sulla barca che si allontana, il marinaio italiano da me tirato per i capelli
                  grida con voce straziante, grida con voce rauca che nulla ha più di umano, a
                  singhiozzi: nave mia, nave mia bella.
                     E per i nostri cuori percossi dalla visione tragica, indeboliti dal lungo sof-
                  frire, quel grido di disperato amore del marinaio, che vede la sua nave perire
                  ci sembra umanamente bello nella sua tragica angoscia.
                     La Viribus Unitis si sbanda ancora di più, ed appena l’acqua arriva al livel-
                  lo della coperta si capovolge di netto.
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