Page 274 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  gettano fiori, i soldati gettano pane. Si canta, si corre e si piange...
                     A San Vendemmiano una donna, mostrando le scarne ossa, dice: — «Vede-
                  te come mi hanno ridotta? Ma, adesso, posso vivere anche di aria».
                     Appaiono le Alpi nella piena gloria del sole il monte Cavallo troneggia
                  colle tre vette spolverate di neve; sotto vi è Sacile. Godega è piena di inglesi;
                  al ponte del Meschio si sentono scoppiettare le mitragliatrici; in fondo al ret-
                  tilineo spuntano i due campanili di Sacile. Il cuore trema.
                     Al bivio per Fratta, ci sono cannoni rovesciati, un aeroplano infranto, cada-
                  veri. Fischiano già le pallottole. Attorno la casa Benedetti c’è la cavalleria in-
                  glese appiedata — i dragoni —; donne che occhieggiano dalle finestre, a casa
                  Tomasella i fucilieri di Lancaster sono appiattati nei fossati; le donne, dalle
                  porte, dànno acqua agli assetati. Gli austriaci sparano dalle palazzine Negri.
                     Avanti! A casa Silot sono raccolte molte famiglie sacilesi, gente che ride,
                  che piange, che bacia; gli austriaci hanno barricata la strada davanti a casa
                  Zuccaro con platani abbattuti, con autocarri e carrettelle. Un carro abbandona-
                  to al passaggio a livello della nuova ferrovia per Vittorio, porta un pianoforte.
                  Non si può fare a meno di fermarsi un momento, per attaccare le prime note
                  del Va fuori d’Italia...
                     Avanzano bersaglieri del primo battaglione ciclisti, avanzano cavalleggieri
                  “Guide”, che già da un pezzo si battono contro le mitragliatrici nemiche. È in
                  testa il maggiore Slagek, col veterinario Setti, che ha preso anche lui il mo-
                  schetto. Muore il tenente De Grise, del quarto squadrone. Superata la barricata
                  all’ingresso del paese, viene incontro un vecchio a braccia aperte. È il primo
                  incontro. Ma non è il momento di abbracci, perché in piazza Cavallotti e al
                  “ponte secco” scoppiano bombe e petardi. Si spara a bruciapelo davanti alla
                  mia vecchia casa; si incrociano i tiri di fucileria. Ad un tratto, un enorme scop-
                  pio impone il silenzio. È il ponte delle Castagne che salta. Altro scoppio è la
                  volta di quello dell’Ospedale. Sono le dieci e trenta. Batto alla porta e chiamo
                  la mia vecchia zia Gigia. Una voce risponde: — «È morta», e dalla finestra
                  una mano tremante sporge una bandiera, la vecchia nostra bandiera, che nel
                  ‘66, come oggi, saluta le prime truppe liberatrici. Benedetta la mano ignota
                  che tremava nell’offrirla alla luce!
                     Avanti! La battaglia continua sui tetti e sui campanili; si sale al solaio di
                  casa Lacchin — le spalle dei soldati sostituiscono le scale —, poi su quello del
                  povero “Lolo”, dove dorme una bimba morta; si monta sul campanile di San
                  Gregorio, contro il quale gli austriaci sparano, dal campanile del duomo. La
                  parte del paese al di qua della Livenza è ormai italiana; i cavalleggieri di Sla-
                  gek se ne vanno per superare il fiume a nord verso Fiaschetti; a Sacile restano
                  gli inglesi, con una sezione mitraglieri del “Saluzzo Cavalleria”.
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