Page 283 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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erano baracche illuminate e tutto attorno i falò degli accampamenti. Gli uffi-
ciali del comando stavano a mensa in una baracca. Consegnai il bollettino a
un ufficiale dello stato maggiore che appena lo lesse si rivolse come impaz-
zito verso gli altri gridando: «Viva l’Italia! Viva il Re!» E subito lesse ad alta
voce. Vennero portate bottiglie di vino abbandonate dagli austriaci, eravamo
nella mensa della divisione che stava contro di noi, una bella baracca di tavole
grosse cinque centimetri e tutte le pareti erano coperte di giornali tedeschi con
caricature dell’esercito italiano. Uno disse di leggere il bollettino alle truppe
accampate di fuori. Lo stesso ufficiale si fece sulla porta e gridò nel buio:
«Truppe della cinquantesima divisione, attente che vi devo dare una notizia
che v’interessa!» «Sì, avanti», qualcuno rispose. L’ufficiale vi metteva tutta
la sua voce, urlava le parole e quando finì, un grido solo riecheggiò da ogni
parte nella valle e prima radi, poi fitti, incominciarono gli spari e i fuochi si
moltiplicarono con vampate di balistite. Noi si rideva, eravamo come ubriachi
e veramente si beveva con avidità il vino lasciato dal nemico.
La divisione il giorno dopo sarebbe entrata in Feltre e dovetti ritornare a
Crespano per trasportare tutti i carriaggi in avanti. Avvicinandomi alla pianu-
ra, si sentiva diffondersi tra le colline e il Grappa un suono di campane che
proveniva da tutti i paesi che ancora avevano in piedi il loro campanile. Un
suono vasto, fuso, come un fremito dell’aria suscitato da un vento incessante.
Riesciva piacevole e stupiva, poi ci si accorse che dal principio della guerra
non sentivamo le campane. Dall’alba al tramonto per giorni di seguito, quei
paesi non si stancarono di suscitare questo suono diverso dall’altro delle ar-
tiglierie che tanto aveva predominato e vi si sentiva quasi un’ostinazione a
invadere e riconquistare il cielo.
Alcuni soldati della mia compagnia, quelli che più avevano lavorato, stan-
chi e feriti leggeri, non potendo seguirla nella marcia in avanti, erano scesi a
Crespano. Neri, come di fumo, sporchi, stracciati, con fasciature spicciative
alle mani o alla testa, sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di
vita negli occhi, cercai imprimerli nella memoria, perché ormai ero certo che
aspetti simili non sarebbe stato possibile rivedere più. Pareva avessero impe-
gnata tutta la loro forza per fare all’amore o per una corsa accanita e sorrideva-
no pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché.
Giovanni Comisso, Giorni di guerra,
Milano, Longanesi, 1987, pp. 227 – 229.

