Page 284 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                                           Piero Calamandrei

                                Da cinquant’anni li aspettavo.

                                  Ora posso morire contento







                     Il 3 novembre 1918, ventiquattro ore prima che divenisse operativo l’ar-
                  mistizio con l’Austria – Ungheria, Piero Calamandrei, a capo dell’Ufficio P.
                  del XXIX corpo d’Armata, fu tra i primi militari italiani a raggiungere Trento,
                  città simbolo con Trieste della Grande Guerra, dove per le strade stazionavano
                  ancora le truppe della duplice monarchia. Calamandrei narrò quell’esperien-
                  za straordinaria, che coronava l’attesa di milletrecento giorni e milletrecento
                  notti, in un lungo articolo per la rivista mensile del Corriere della Sera «La
                  Lettura» nel novembre 1919 in occasione del primo anniversario della vit-
                  toria. La memoria fu poi ripresa nel 1948 da «Il Ponte», diretto allora dallo
                  stesso Calamandrei, nel trentesimo anniversario della vittoria dell’Italia, con
                  poche ma significative modifiche. Nella prima stesura, quella che si è scelto
                  di presentare, erano ancor ben vivi nell’animo del combattente la sofferenza
                  per i lunghi mesi di guerra, e il ricordo dei giovani morti per le terre irredente:
                  quando a Trento giunsero i vivi, i morti erano già là, e avevano già colle loro
                  dita di sogno, pavesata la Città ancora austriaca di un immenso brivido tri-
                  colore. Vibravano nelle sue parole la fierezza, l’orgoglio, e il ringraziamento
                  per il valore di quell’anonimo soldato della mia terra, contadino di Sicilia o
                  di Abruzzo, operaio, artigiano, chiunque tu sia, umile, oscuro, povero, senza
                  pane a casa che aveva sconfitto uno degli eserciti più potenti d’Europa. Si
                  legge in questo brano, nel nobilitare l’azione eroica dei combattenti, l’eco
                  vivissimo della passione risorgimentale, delle idealità mazziniane vissute in
                  famiglia. L’identificazione del nemico storico dell’Italia e delle sue legittime
                  aspirazioni di libertà e di unità, suscitava ancora in lui un’animosità, un ranco-
                  re nei confronti della vecchia maledetta Austria dei carnefici e dei tiranni che
                  trent’anni dopo non aveva più ragione di durare. Il testo qui riportato rievoca
                  la corsa verso Trento a bordo di una motocicletta con un grande tricolore da
                  collocare sul monumento a Dante, l’entusiasmo, la commozione, la parteci-
                  pazione e la gioia dei cittadini e quel suo ripetere a quanti gli si facevano in-
                  contro Fratelli…Fratelli, quasi fosse solo quella la parola capace di esprimere
                  quel grumo di sentimenti accumulatisi nell’animo in tanti anni di passione. È
                  una testimonianza coinvolgente e a tratti emozionante, tra le pagine più belle
                  e sincere delle rievocazioni della fine della guerra e della vittoria.
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