Page 289 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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galloni messo a confronto colle tenute lacere dei nostri fanti di scorta, che
li conducevano sorridendo per mano, come si guida un cieco o un infermo
perché non inciampi sui sassi…Tutte le nostre trincee, dall’Adige allo Zu-
gna, s’erano guarnite di una interminabile fila di volti bruni, dei nostri fanti
della Brigata Pistoia, affacciati a contemplare in silenzio quella processione
di personaggi così illustri e così miserevoli; essi giunsero ai nostri reticolati;
passarono ad uno ad uno, curvando la schiena attraverso la bassa porticina
praticata nel groviglio di filo spinato, dalla quale, per quaranta mesi di guerra,
erano uscite ogni notte le nostre pattuglie verso la morte…E allora, in quel si-
lenzio di commozione che tutti ci vinceva nel vedere finalmente così, dopo tre
anni, trionfalmente compensati tante pene e tanti sacrifici, uno degli ufficiali
che erano con me mi strinse convulsamente il braccio, e accennandomi quel
lugubre corteo di bendati che saliva faticosamente sul sentiero, mi domandò
a bassa voce: «Dì, non ti sembra di scorgere la rievocazione di tutti i nostri
martiri, mandati al supplizio dall’Austria?». Mi passò un brivido nelle ossa.
Vidi in un attimo tutte le vittime del carnefice austriaco, da Ciro Menotti a
Cesare Battisti, tutti i cari nostri poveri morti di un secolo di martirio, rivivere
lì, dinanzi alla trincea di Serravalle, bendati come quando furono condotti al
patibolo dagli sbirri dell’Austria; e mi parve che tutti questi nostri cari fratelli
morti si fossero dati lì convegno per inebriarsi di gioia, vedendo come finiva
miseramente l’Austria, la vecchia maledetta Austria dei carnefici e dei tiranni
che ora, spinta nell’abisso dal valore di un popolo giovane, inviava gli ulti-
mi suoi decrepiti rappresentanti, coperti ancora dalle decorazioni di un fasto
ormai condannato, a baciare i piedi del popolano italiano, soldato di fanteria.
Non posso rivivere quel momento senza sentirmi vinto dalla commozione: ero
lì nella trincea fangosa, in mezzo a soldati ignoti che guardavano senza parla-
re, presi dalla solennità del quadro, quello che anch’io guardavo. E mi sentivo
un gran desiderio di rivolgermi al soldato più vicino e di abbracciarlo e di
gridargli: «Soldato, soldato della mia terra, contadino di Sicilia o di Abruzzo,
operaio, artigiano, chiunque tu sia, umile, oscuro, povero, senza pane a casa
tua…ecco, li vedi? quelli son principi della più antica dinastia d’Europa, quel-
li son generali di un esercito ritenuto invincibile, quelli son dignitari della più
rigida aristocrazia che le corti conoscessero…ed ora essi vengono a te pentiti
e supplichevoli, essi vengono a te, bendati e curvi per arrendersi a discrezione,
per implorare da te quella clemenza e quella pietà che fino a ieri hanno deriso;
vengono perché, ma troppo tardi, si sono accorti che colla tua modestia, colla
tua bontà, colla tua semplice umanità di contadino o di artiere, sei più grande
di loro, o santa fanteria, o gran popolo paziente, che per tre anni hai saputo
aspettarli!».

