Page 290 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                                              finis austriae
                     I plenipotenziari austriaci, accolti in automobili chiuse per loro preparate
                  dietro Serravalle, filarono verso il Comando del XXIX Corpo d’Armata e di
                  lì direttamente verso la sede del Comando Supremo; ma il loro passaggio non
                  chiuse, sulla nostra linea di Serravalle, la serie delle divertenti apparizioni.
                     Prima, passate appena due ore dall’arrivo dei parlamentari, la tromba di
                  nuovo squillò e di nuovo sventolò dalle trincee austriache una bandiera bian-
                  ca: e tra la clamorosa ilarità dei nostri soldati, che ormai avevano preso gusto
                  alla storia, si vide avanzare un intero plotone di poveri diavoli, disarmati, ca-
                  richi di valigie e di cassette: i signori plenipotenziari, nonostante lo sfacelo
                  dell’Austria, non intendevano rinunciare alle proprie comodità e si facevano
                  seguire dai loro attendenti.
                     Poi, nella notte, ultimo della serie, sbucò fuori dalle linee austriache un si-
                  gnore più strano di tutti gli altri: era nientemeno che un colonnello germanico,
                  un germanico autentico con tanto d’elmo a chiodo, che portava un messaggio
                  urgentissimo con firma autografa di Hindenburg.... La lettera fu recapitata, a
                  quanto sentii dire, ai plenipotenziari austriaci: Hindenburg, avendo saputo che
                  l’alleata Austria aveva aperto per conto suo trattative d’armistizio separato,
                  mandava in gran fretta un suo rappresentante, per tutelare, come diceva il
                  foglio, gli interessi della Germania.... Ma i plenipotenziari austriaci inorridiro-
                  no: dissero, tutti confusi, che se veniva quello lì, le trattative andavano certo in
                  fumo e si raccomandarono umilmente al Comando italiano di liberarli da quel
                  loro carissimo amico. Orbene, il signor colonnello germanico, dinanzi alla
                  trincea di Serravalle, si vide gentilmente restituire il suo «papiro» colla firma
                  di Hindenburg; e si accorse che, nonostante il suo elmo a chiodo, qualcuno
                  aveva osato dargli, diplomaticamente parlando, commiato, ovvero chiudergli,
                  per parlar male come parlano i fanti, l’uscio sul muso.

                     Così finì l’Austria: male morì, come male era vissuta. Né si può dire che il
                  superbo impero abbia, in punto di morte, imitato il truce Argante, di cui:
                     «superbi, formidabili, feroci
                     gli ultimi moti fur, l’ultime voci».
                     No: l’impero austriaco morì, per bocca degli ultimi suoi rappresentanti,
                  attraverso un cinico omaggio di barzellette funebri, che non facevano ridere
                  neppure chi le udiva. Uno dei membri della commissione disse candidamente
                  a un nostro ufficiale: «Noi veniamo a trattare, ma in nome di chi trattiamo,
                  neppur noi lo sappiamo bene…». E un altro aggiunse: «A Vienna si vedono
                  generali russi che vendono i fiammiferi per non morir di fame: non vorrem-
                  mo anche noi esser costretti a far questo commercio». E questa, per finire: ad
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