Page 291 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La  vittoria                               289

                    Avio, alla mensa italiana dov’erano stati ospiti per qualche ora, qualcuno di
                    loro offrì 50 corone di mancia all’inserviente: e siccome quello le rifiutava,
                    l’austriaco disse ridendo: «Pigliale, pigliale: tanto non costan nulla!».



                                             iL giOrnO dei mOrti
                      Ma sarebbe stato troppo malinconico andare a Trento a passo di strada....
                      Ed ecco, per dare anche a noi un po’ dell’ebbrezza dei nostri compagni
                    delle altre Armate, che la vittoria riportava di slancio verso Trieste, il 1° no-
                    vembre, quando un ultimo colpo mancava a render totale la rotta nemica, già
                    piena anche sul Grappa e sugli altipiani, il generale Pecori Giraldi dette ordine
                    di avanzare su tutta la linea alla sua Prima Armata, che stava schierata col X
                    Corpo dall’Astico al Maio, col V Corpo dal Pasubio allo Zugna e col nostro
                    XXIX dallo Zugna al lago di Garda, in attesa di lanciarsi su Trento.
                      La mattina del 2 novembre il generale De Albertis, comandante del nostro
                    Corpo d’Armata, dette le ultime istruzioni per l’attacco; due divisioni erano
                                                   a
                    in quel giorno ai suoi ordini: la 26 , comandata dal ten. gen. Battistoni (com-
                    posta delle Brigate Pistoia, 35°-36° e Vicenza, 277°-278°) che doveva operare
                                              a
                    sulla destra dell’Adige; la 32 , comandata dal ten. gen. Bloise (composta del-
                    le Brigate Acqui, 17°-18° e Volturno, 217°- 218°), che doveva operare sulla
                    sinistra. A quest’ultima divisione spettava dunque il compito di sfondare la
                    linea di Marco antistante a Serravalle, e siccome, se lo sfondamento fosse
                    riuscito, esso sarebbe stato il colpo decisivo dell’azione che avrebbe permesso
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                    di giungere subito a Rovereto, la 32  divisione doveva essere preceduta dal
                    XXIX Reparto d’assalto, manipolo glorioso di veterani della valle Lagarina, e
                    dal IV Gruppo alpino, formato dai battaglioni Arvenis, Feltre e Pavione, tutti
                    soldati delle terre invase che avevano un vecchio conto di lacrime e di sangue
                    da saldare con gli austriaci. «Audacia e celerità» fu la parola d’ordine: e alle
                    15 del giorno dei Morti si iniziò l’avanzata.

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                      Ma di lassù, veramente, si vedeva ben poco: e allora,  insieme con altri due
                    ufficiali (il tenente del Genio Francesco Ciarlantini e il capitano Gaetano Bay,
                    un professore milanese più che cinquantenne, che dopo aver dato alla Patria
                    l’unico suo figliuolo, continuava così a dare l’esempio ai giovani) lasciammo
                    la trincea, uscimmo da quella porticina di filo spinato, da cui tre giorni prima
                    erano entrati i plenipotenziari austriaci e fummo in quattro salti sulla strada di
                    Marco, dove i rincalzi alpini continuavano a passare in fila indiana.
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