Page 288 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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286 Dalla Battaglia D’arresto alla Vittoria
i loro fasci luminosi sul generale: e lungo tutta la linea ferroviaria che corre
dritta presso l’Adige dalle trincee nemiche alle nostre, questa fantasmagoria di
comete a code convergenti accompagnò solennemente la macchia bianca della
bandiera spiegata e la nera figura del generale che veniva verso di noi a implo-
rare perdono. Anche questa solennità spettrale ebbe però, come poi mi narrò
un ufficiale, il suo episodio comico : quando il generale arrivò ai nostri retico-
lati, dové sostare qualche minuto in attesa che gli venisse aperto il varco dalle
nostre vedette e che gli andasse incontro l’ufficiale comandante della nostra
linea; e durante questa attesa tutti i nostri fanti stavano, in silenzio a godersi
lo spettacolo dai parapetti delle trincee, divertendosi un mondo a vedere la su-
perba figura, ingigantita dalla luce dei riflettori, del generale austriaco, fermo
dinanzi allo sbarramento della strada, ad attendere, come un mendicante, che i
« mandolinisti » gli aprissero il cancello. La notte era piuttosto fredda e l’aria,
lì lungo il fiume, umida e pungente: e alla fine pare che il generale, nonostante
il suo cappottone, abbia temuto un’infreddatura e abbia persa la pazienza:
fatto sta che all’interprete che lo accompagnava fece domandare ad alta voce
se c’era ancora da aspettare molto... Allora, dalla nostra trincea sovrastante, la
solita voce del fante burlone gli rispose: «L’abbia pazienza, Eccellenza! Fra
cinque minuti i ‘ccaffè gli è pronto!».
iL COrteO dei bendati
Ma la scena più solenne, alla quale chi vi abbia assistito non può ripensare
senza un fremito di orgoglio, si svolse il giorno dopo, il 31 ottobre, quando
giunsero nella nostra linea tutti i dignitari componenti la commissione di cui
il generale Von Weber era il presidente. Ebbi la fortuna di assistere a questo
ultimo atto della tragedia europea dai primi posti: dal comodo balcone della
trincea di Serravalle. Verso le tre del pomeriggio, preannunciati dai nostri os-
servatori di Talpina, giunsero, non dalla ferrovia questa volta, ma dalla stra-
da maestra sulla quale un nostro ufficiale superiore, incaricato di riceverli,
era andato ad incontrarli: li vedemmo a un tratto comparire in gruppo sulla
svolta della strada e di lì deviare ed arrampicarsi per un sentieruolo a mezza
costa che direttamente portava alla nostra trincea. Erano cinque o sei, alcuni
in tenuta da ufficiali di marina, in nero con fregi d’oro, altri in divisa di sta-
to maggiore, con ricche pellicce e sfarzose mostreggiature, e con sulla testa
il caratteristico «chepì» austriaco a forma di pentolino sfuggente. Salivano,
salivano su per il sentieruolo sassoso, a passo lento, affaticato, funebre: era-
no bendati e a testa china, e appariva stranamente tragico il luccichio delle
loro uniformi di gala che si muoveva penosamente su quel grigio paesaggio
martoriato e scarnificato da quattro anni di bombardamenti, il lusso dei loro

