Page 292 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                     C’incamminammo placidamente fuor dalla linea dove militarmente fino
                  a quel giorno arrivava l’Italia: il frastuono delle nostre artiglierie non accen-
                  nava a calmarsi; ma pure sentivamo dentro di noi, senza dircelo, un senso di
                  profonda quiete pensosa, di raccolta, di raccolta e quasi scorata tenerezza. In
                  quell’ora, per tutta l’Italia, file di donne vestite a lutto andavano a portar fiori
                  ai cimiteri, per un morto che non aveva lì la sua tomba: e i morti, che sono
                  buoni, che nulla vogliono perché tutto hanno dato, regalavano ai vivi, in cam-
                  bio di quei fiori, questo giorno di vittoria creato col loro sangue.




                                            L’uLtima battagLia
                     Camminammo  per  quasi  un  chilometro,  avvicinandoci  sempre  più  alla
                  zona nascosta dal fumo del bombardamento; quando, giunti a una svolta della
                  strada assai prossima al luogo dove il reparto d’assalto si era già impegnato
                  contro la prima linea nemica, udimmo che le artiglierie austriache, che finora
                  erano restate in silenzio quasi sbalordite dall’attacco improvviso, si risveglia-
                  vano, sia pur con un numero assai limitato di pezzi; e, naturalmente, per prima
                  cosa cominciarono a battere la strada di afflusso delle truppe attaccanti, cioè
                  proprio la strada dove eravamo noi. Ci addossammo ad un muretto, dove fum-
                  mo raggiunti dal colonnello Faracovi, comandante del Gruppo Alpino, che so-
                  pravveniva sulla strada colla seconda ondata; anch’egli, coi suoi ufficiali e coi
                  suoi telefonisti, si sedette accanto a noi sotto il muretto ed ivi stabilì il suo po-
                  sto di combattimento, mentre i cannoni nemici seguitavano a picchiare senza
                  tregua. Dopo qualche tempo cominciarono ad affluire i primi feriti e le prime
                  buone notizie: ricordo un bel giovanotto, biondo, senza cappello, che tornava
                  in giù con passo saldo ma senza fretta per la strada battuta dalle cannonate,
                  e si reggeva col braccio destro il braccio sinistro tutto insanguinato. Ci passò
                  dinanzi e il colonnello gli domandò notizie: ed egli senza mettersi al riparo
                  ce le dette sorridendo: «Si va bene, si va bene: sulla sinistra, vicino al fiume,
                  siamo già dentro la trincea austriaca: e c’è già una cinquantina di prigionieri;
                  ma sulla destra c’è due mitragliatrici che dànno un po’ noia. E una, vedono, ha
                  dato noia anche a me.... Ma è cosa da poco…». E poiché il colonnello gli ebbe
                  detto di non esporsi e di andarsi a curare, il biondo riprese il suo camminare
                  calmo sulla via, e nel partire ci disse: «Che Dio gli dia bene a tutti!». Intanto,
                  mentre i feriti cominciavano a tornare indietro, gli alpini della seconda ondata
                  seguitavano a sfilare ad uno ad uno verso la battaglia: e ogni volta che arrivava
                  un nuovo shrapnel, alzavan gli occhi a guardar sopra le loro teste la maligna
                  nuvoletta rossastra con una certa aria di scherno: uno disse, tendendo il pugno
                  là verso Zugna Torta: «Ah, canaia d’un canon! Ti me vorressi copar l’ultimo
                  giorno!».
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