Page 287 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La  vittoria                               285

                    to il gemito della tromba ricominciava. Nonostante la bandiera bianca e lo
                    strombettio, i nostri, dai due lati del fiume, si erano messi per tutta risposta a
                    dar giù colle mitraglie (mitraglia, in gergo di trincea, vuol dire mitragliatrice)
                    perché, come disse un soldato, «con quella gente prima si picchia e poi si di-
                    scute». Ma siccome, anche sotto le raffiche delle mitragliatrici, la trombetta
                    seguitava a raccomandarsi disperatamente e la bandiera bianca a sventolare,
                    un nostro ufficiale era uscito con una scorta incontro ai parlamentari, li aveva
                    fatti bendare e li aveva fatti entrare nelle nostre linee. Erano tre: un capitano
                    di stato maggiore, un sott’ufficiale portabandiera e un trombettiere; le scariche
                    non erano restate senza effetto, perché una pallottola aveva ferito a una gamba
                    il portabandiera e un’altra aveva portato via il bocchino alla tromba del trom-
                    bettiere. Il capitano era restato incolume, ma sembrava pieno di malumore per
                    l’accoglienza. Disse il fante toscano ridendo: « Qui’ capitanino che gliè entra-
                    to nella nostra trincea aveva un par di gambali di cuoio rosso, belli, si, proprio
                    belli; ma ivviso l’aveva dimorto bianco [ma il viso l’aveva molto bianco]. ‘E
                    figurava d’arrabbiassi perché dice che gli italiani ‘un rispettano i regolamen-
                    ti.... Artro che regolamenti! Quella l’era paura! Secondomé lui dev’esse stato
                    imboscato per quattr’anni, e delle fucilate ne deve avé sentite pochine; ma
                    questa volta l’ha sentite tutte ‘nsieme!».
                      Il capitano dai gambali rossi e dal viso « dimorto bianco » (ufficiale di
                    stato maggiore, di cognome, se ben ricordo, Roggera) recava una lettera per il
                    nostro Comando Supremo, nella quale, a quanto ci fu dato sapere poi, un ge-
                    nerale austriaco comandante di Corpo d’Armata, von Weber, chiedeva espli-
                    citamente di concludere immediatamente l’armistizio: e il capitano aggiunse
                    poi, a voce, nelle conversazioni che ebbe con qualche nostro ufficiale, che
                    l’Austria aveva estrema urgenza, data la nostra schiacciante vittoria sul Piave
                    e le sue critiche condizioni interne, di concludere l’armistizio per conto suo,
                    al quale scopo già da qualche giorno era giunta a Trento una commissione
                    di plenipotenziari, militari e diplomatici, in attesa del momento propizio per
                    essere accolti dentro le nostre linee. Naturalmente il nostro Comando Supre-
                    mo, poiché questo generale von Weber non specificava in nome di chi facesse
                    questa proposta, rimandò indietro il capitano, affinché invitasse il generale che
                    lo inviava a precisare qual era la portata della sua proposta, per chi trattava, se
                    faceva ciò per sua iniziativa o per incarico del governo.
                      E allora, nella notte fra il 30 e il 31, il generale von Weber si presentò in
                    persona, alla nostra linea di Serravalle, a offrire umilmente le sue credenziali.
                    Gli ufficiali che in quella notte si trovavano sulla linea di Serravalle mi dissero
                    che l’arrivo di quel generale ebbe veramente qualcosa di fantastico: quand’e-
                    gli uscì dalle trincee austriache di Marco per venire verso di noi, improvvisa-
                    mente su tutte le vette nemiche i fari dei riflettori si accesero e concentrarono
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