Page 295 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La vittoria 293
lonna d’avanzata: la cavalleria (uno squadrone del Reggimento Cavalleggeri
Alessandria 14°) era passata in testa fin dalla notte, da quando cioè la via era
stata aperta dall’azione del Reparto d’assalto e degli alpini. Raggiunsi quindi
lo squadrone dei cavalleggeri che, smontati dai loro cavalli, avevano fatto
sosta lungo la via.
* * *
La sOsta ad aCQuaviva
L’avanzata ricominciò: chiesi ed ottenni il permesso di unirmi alla pattu-
glia di punta, la quale, costituita da un plotone di cavalleggeri comandato da
un tenente, aveva il compito di precedere di qualche centinaio di metri il resto
dello squadrone, a passo cauto e lento per sventare eventuali insidie nemiche.
Siccome l’ufficiale austriaco che doveva accompagnare la pattuglia di punta
era a piedi, e non era opportuno, data la necessità di esser guardinghi, proce-
dere a gran velocità, il tenente che comandava il plotone non salì a cavallo
ed io non risalii sulla motocarrozzetta che mi seguì a distanza: e così noi tre,
il tenente di cavalleria, il tenente austriaco ed io fra loro due, ci mettemmo a
camminare sulla bella strada che conduce a Trento, seguiti a poche diecine di
passi dai cavalleggeri del plotone di punta ed a qualche centinaio di metri dal
resto dello squadrone.
Era una passeggiata veramente incantevole: la strada larga e pianeggian-
te, si snodava pittorescamente fra il fiume a sinistra e i roccioni a destra: un
po’ di sole era apparso fra la nebbia a dare al mondo un che di primaverile;
non si udiva né un colpo di cannone né una fucilata: calma assoluta: soltanto
il mormorio dell’Adige che correva sotto a noi, e, dietro il ritmico scalpitio
della cavalleria che seguiva. Quel biondo austriaco camminava in silenzio
con rigidi passi da automa; ma io ed il tenente di cavalleria conversavamo da
buoni compagni; e siccome, nel conversare, mi disse di essere siciliano, io gli
feci notare la simpatica coincidenza che il comandante della prima pattuglia
destinata a entrare in Trento fosse proprio un figlio della terra più meridionale
d’Italia, partito dall’estremo mezzogiorno per recarsi a piantare la bandiera
nel lembo più settentrionale della Patria. Questa bella passeggiata tranquilla
continuò per più di mezz’ora.
A un tratto, a una svolta della strada, ecco a una cinquantina di metri di-
nanzi a noi, gli austriaci. Erano fermi alle case di una borgata chiamata Ac-
quaviva, dove il loro reparto d’assalto aveva i suoi accantonamenti: i soldati
parevano affaccendati a preparare i loro bagagli per partire, mentre in un falò
acceso lungo la strada bruciavano forse le carte riservate del comando: e in
mezzo alla via erano fermi in gruppo gli ufficiali del reparto, i quali, appena ci

