Page 300 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  sentii le mie gambe sollevate in aria e provai l’impressione di galleggiar sulla
                  folla; e non riuscivo, nonostante i miei gesti disperati, a riprender terra....
                     Mentre la folla, radunatasi in gran numero dopo il nostro arrivo, procedeva
                  a pari con noi e dietro a noi, la strada che imboccammo, la larga strada dove
                  sorge il Municipio, era, dinanzi a noi, quasi deserta: ma all’improvviso, dalla
                  porta del palazzo municipale vedemmo uscire, a passo solenne in questa stra-
                  da vuota, un ben ordinato corteo di gravi personaggi, che ci venivano incontro
                  in pompa magna a renderci onore. C’erano molti signori vestiti di nero e col
                  cappello a tuba; c’era, in mezzo a loro, un prelato vestito di violetto, e dietro
                  gran numero di cittadini e di signore; ai due lati del corteo, ad inquadrare le
                  autorità, marciavano perfino due file di guardie civiche in alta uniforme, con
                  tanto di elmi dorati e di pennacchio rosso. Era il Comitato provvisorio di sa-
                  lute pubblica, che aveva ritenuto suo dovere uscire subito incontro ai creduti
                  liberatori; e quantunque in altro momento quel pomposo apparato avrebbe
                  forse potuto avere ai nostri occhi una lieve tinta di comicità, lì ci sembrò
                  indicibilmente serio e commovente: poiché si sentiva che sotto quella ostenta-
                  zione di solennità, sotto quella ricerca esteriore di mettersi in regola coll’eti-
                  chetta per essere « pari al momento storico», ciascuno di quei signori in tuba
                  tentava di nascondere l’emozione che voleva prorompere, di tenere a freno le
                  lacrime, il fremito, il delirio... Un po’ mortificati di questa accoglienza solenne
                  che assolutamente non era dovuta a noi, semplici messaggeri delle truppe che
                  stavano per arrivare, cercammo subito, prima che il presidente del Comitato
                  cominciasse a parlare ufficialmente, di spiegar loro la nostra condizione:« Noi
                  siamo qui, sì.... ma.... non contiamo nulla, ecco. La nostra è stata una scappata,
                  una biricchinata suggerita da troppo amore. Ma no non abbiamo nessuna veste
                  ufficiale.... Gli onori non spettano a noi...» Con un po’ di fatica, si persuasero:
                  il corteo perse la sua rigidezza, le loro parole persero qualsiasi intonazione
                  di etichetta... Ma vollero tuttavia condurci in Municipio, e lì, invece di farci
                  salire al primo piano dov’era preparato il ricevimento ufficiale, ci fecero fer-
                  mare nel cortile del palazzo che si riempì subito di una gran folla plaudente: il
                  dottor Faes, presidente del Comitato provvisorio, salì su un tavolino che era in
                  un angolo del cortile, trasse su anche me ed il tenente Ciarlantini, e ci rivolse
                  in pubblico un commosso saluto alla fine del quale volle abbracciarmi per
                  dare in me il primo abbraccio all’Italia; ed anche un altro onore ci volle fare:
                  ci disse che un soldato boemo, partito la mattina da Trento per tornare alla sua
                  terra, gli aveva lasciato un pacco di sigarette perché l’offrisse a suo nome, in
                  segno di saluto fraterno, al primo soldato italiano che fosse giunto nella città:
                  e pose nella mia mano il dono del combattente di Boemia, cui la guerra aveva
                  insegnato ad amare l’Italia.
                     Risposi con grande emozione che noi eravamo un’avanguardia sentimenta-
                  le dell’esercito combattente che stava per giungere e che bisognava ora andare
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