Page 298 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  strada principale della città, in un viale alberato fiancheggiato da belle palaz-
                  zine, in mezzo a un disordinato e congestionato via-vai di autocarri e di soldati
                  austriaci…Largo, largo! La folla si apriva docilmente; pareva che non ci fosse
                  più né ordine né autorità: ognuno andava per conto suo, senza più meravigliar-
                  si di nulla, desideroso soltanto di liberarsi di quell’atroce incubo di quattro
                  anni. Mi accorsi con meraviglia che alle finestre c’erano già tante bandiere
                  italiane: e quando, continuando la mia corsa, penetrai dal Borgo Nuovo nelle
                  vie più centrali, vidi che tutta la città, non so per quale misterioso incanto,
                  s’era già, nell’attesa, tutta adornata dei suoi colori gelosamente custoditi per
                  tanti anni di martirio, e già li ostentava dinanzi ai carnefici che preparavano in
                  fretta le valigie… Qualche grido fraterno cominciò a salutarmi dalle finestre
                  e dai marciapiedi, e qualcuno cominciò a rincorrermi in segno di festa.... Ma
                  io non mi fermavo, perché volevo arrivare diritto al monumento di Dante,
                  per appendervi la sua bandiera grande; e per tutta risposta alle grida di gioia
                  lasciavo lungo la via, sempre correndo, una fiorita di bandierine.... Ma quan-
                  do, passato sulla sinistra il Duomo, fui giunto dove la via della Torre sbocca
                  in piazza Opere (i nomi di queste strade li ho appresi poi), mi trovai dinanzi
                  a un bivio e non seppi più da che parte voltare per raggiunger la mia meta....
                  Allora feci fermare ed ebbi l’ingenuità di chiedere indicazioni sull’itinerario
                  al primo borghese che mi corse vicino: «Scusi, mi saprebbe dire che strada si
                  piglia…» Ma sì! Non potei finire; mi si buttarono addosso, in dieci, in venti,
                  in cento, da tutte le parti, impazziti, urlando, piangendo, ridendo, chiedendo-
                  mi una bandiera, per carità, una bandiera.... «Una bandiera.... una bandiera....
                  anche a me, a me, a me!..» E la mano.... Tutti mi volevano stringer la mano;
                  mi tendevano la mano in cento tutti insieme, giovanotti e vecchi, signore e po-
                  polane.... Quella specie di angusta e bassa navicella in cui sì imprigionano le
                  gambe di chi viaggi in motocarrozzetta, non è fatta per agevolare i movimenti:
                  sicché, sotto quella valanga di entusiasmo fraterno, sotto quelle centinaia di
                  mani che facevano a gara per stringer la mia mano e per ghermire le bandieri-
                  ne preziose, ebbi per un istante l’impressione di rimanere schiacciato, incas-
                  sato come ero dentro il mio carrozzino.... Tentai per un po’,’in quel parapiglia,
                  di seguitare in ordine la distribuzione delle bandierine, una a ciascuno e non
                  più, ma poi mi sparì tutto: mi presero tutte quelle che mi restavano ancora,
                  mi strapparono quella che era attaccata al manubrio, mi portarono via anche
                  quella grande, quella rubata a Borghetto, quella destinata a Dante.... E quando
                  finalmente potei liberarmi da quella stretta e balzar fuori dalla mia prigione e
                  mi trovai lì, sballottato, accarezzato da quel delirio, cogli occhi pieni di pianto
                  e colla gola serrata da un nodo, non fui capace da principio di dire una parola:
                  una sola cosa capivo: che ero a Trento, a Trento, a Trento davvero!
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