Page 144 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   gamo che la guarnigione stava per partire, all’alba dell’8 fece irrompere nella
                   città l’intera Brigata, catturandovi ancora una ventina di ritardatari e impa-
                   dronendosi di materiali diversi, abbandonati dal nemico.
                      In quel giorno 8 giugno, in cui l’Imperatore ed il Re facevano il loro in-
                   gresso solenne in Milano esultante, Garibaldi entrava tra i primi in Bergamo
                   fra ovazioni, grida di gioia e gettito continuo di fiori. Anche qui, come a Va-
                   rese e a Como, la città apparve all’improvviso imbandierata da numerosi tri-
                   colori, tenuti ben nascosti dal ‘48, con gravissimo rischio. Il Simonetta in
                   proposito ci lasciò scritto nel suo diario che quell’ apparire in ogni dove di
                   una infinità di bandiere tricolori lo si sarebbe  giudicato un ricevimento pre-
                   parato, non già improvvisa ed affatto impreveduta resurrezione.
                      Lasciato un reggimento nella città ed inviata la compagnia Bronzetti in di-
                   rezione di Seriate, sulla strada di Brescia, il generale - con la rapidità di deci-
                   sione e la celerità di mosse a lui consuete - si disponeva ad inseguire col resto
                   gli imperiali che si ritiravano sulla strada di Crema, quando venne informato
                   che un treno carico di truppe nemiche stava per giungere alla stazione di Ber-
                   gamo, proveniente da Brescia. La prospettiva di catturare al loro arrivo quei
                   reparti mise a tutti le ali ai piedi e in un baleno i due reggimenti occuparono
                   il fabbricato della stazione ferroviaria: ma il nemico, avvertito in tempo, era
                   disceso presso Seriate. Garibaldi allora si mosse subito a quella volta. Intanto
                   vi giungeva il prode Bronzetti che, senza contare il numero dei nemici - era-
                   no un 1500 - con le sue poche forze si gettò su di essi alla baionetta, costrin-
                   gedoli a trovar scampo su Brescia.
                      In quel giorno Garibaldi distava ben 40 chilometri dalle truppe amiche
                   più vicine e stava a circa 15 chilometri dietro l’ala destra di quattro intere Bri-
                   gate avversarie riunite sull’Adda e che non osarono nemmeno allora attacca-
                   re l’ardito condottiero. Le truppe austriache contrapposte ai volontari erano
                   anzi tanto logorate che l’Urban telegrafava al comando dell’Armata che le
                   truppe ai suoi ordini erano così mal ridotte dalle marce forzate, che avevano
                   bisogno di cinque giorni di riposo per rifornirsi di danaro, di biancheria, di
                   scarpe e per rimettersi in condizione di combattere.
                      La vita avventurosa e ardita dei garibaldini in quei giorni ci viene colorita
                   con poche parole da Nino Bixio nelle lettere che scriveva alla consorte e che
                   si conservano nell’archivio dell’Università di Genova. Il giorno 8 giugno, tra
                   l’altro, scriveva: «Saprai delle botte toccate agli Austriaci meglio che non ne
                   sappiamo noi che camminiamo sempre e senza curarci delle comunicazioni
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