Page 176 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   rusalemme. Sboccando di là, infatti, si vedeva il piano smaltato di case e giar-
                   dini, si vedeva la città fiera, la città dei Vespri, la città delle grandi iniziative.
                      Si distinguevano di là gli avamposti borbonici, Monreale piena di truppe
                   e lontano la fortezza di Castellammare, che cupa e sinistra dominava la città;
                   in fondo in fondo il mare formicolante di navi borboniche ed estere.
                      L’impresa doveva apparire in quel momento in tutta la sua straordinaria
                   difficoltà. Da una parte 20.000 uomini, muniti di artiglierie e ottime armi,
                   dall’altra Garibaldi coi Mille, già ridotti dal combattimento e dalle marce, la-
                   ceri e male armati e le bande d’insorti, peggio armate e poco disciplinate. Tut-
                   tavia in caso disperato Garibaldi era ancora in condizioni di rinunciare all’at-
                   tacco della città e mettersi in salvo, o dando la mano agli insorti del La Masa,
                   ai quali accenneremo più tardi, o rifugiandosi, per la via di S. Giuseppe Iato,
                   in territorio di Corleone o di Camporeale nell’interno dell’isola.
                      Lo stesso giorno 18 maggio, giunge a Palermo il generale Lanza, coi pote-
                   ri dell’alter ego. Emana un proclama col quale promette un generoso perdo-
                   no e l’imminente arrivo di un principe reale quale luogotenente generale del-
                   l’isola; dopo la pacificazione, strade ferrate e altre opere pubbliche.
                      Ma il comitato palermitano risponde con un proclama violento, e annun-
                   zia sotto il titolo di «Bollettino ufficiale della guerra» le vittorie di Garibaldi.


                      19-20 MAGGIO - II piccolo corpo di spedizione garibaldino sosta due gior-
                   ni al passo di Renda all’addiaccio, essendo tutti senza tende, sotto «copiosa
                   pioggia, passati senza il necessario per affrontare le intemperie», bruciando i
                   pali dei telegrafi per scaldarsi. Tuttavia quella fermata è necessaria per orien-
                   tarsi sui luoghi e sulla situazione, riposare, e sopra tutto raccogliere denaro e
                   mezzi vari. Infatti da Castelvetrano e da altri comuni arrivano carri contenen-
                   ti pane, vino, zucchero, caffè, sigari, limoni, e altro. Raggiungono la colonna
                   Campo e Ragusin provenienti da Salemi, portando i cannoni, alcune migliaia
                   di cartucce e parecchi sacchi di schegge di ferro, che dovevano far le veci del-
                   le palle di piombo, che difettavano.
                      Garibaldi si preoccupa della sicurezza del suo accampamento, il quale è
                   circondato completamente dai monti. Egli avrebbe potuto fronteggiare con
                   una certa facilità l’attacco proveniente da Monreale o da Villagrazia, ma il
                   punto debole era il suo fianco sinistro, cioè la Portella Bianca. A tutela di que-
                   sto fianco, chiama sui monti di S. Martino le forze di Rosalino Pilo (520 uo-
                   mini). Sulla sua destra disloca le squadre che avevano combattuto a Calatafi-
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