Page 181 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
P. 181
impag. Libro garib CISM 19-02-2008 13:12 Pagina 179
LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA 179
sorta per incanto, per incanto sparisce, ed il silenzio più profondo si fa in
quella massa poco prima freneticamente plaudente». Nella notte manda a
chiamare il La Masa, ed ha con lui una lunga conferenza.
I regi frattanto hanno ripreso la marcia offensiva, e il 25 giungono como-
damente a Piana. Si delinea fra loro divergenza di vedute: Colonna e Bosco
vogliono tornare a Palermo, sospettando che Garibaldi punti da quella parte;
Mechel invece vuole inseguire i fuggiaschi verso Corleone, intendendo toglie-
re i cannoni all’Orsini. Non gl’importa se Garibaldi marcia su Palermo, per-
ché sarà sempre stritolato dalle truppe che presidiano la città. Invano Bosco
gli fa osservare che Palermo all’arrivo di Garibaldi si leverebbe a rivoluzione,
Mechel rimane del suo avviso, rispondendo: «Prenderò tutto su me». In defi-
nitiva Colonna rientra a Palermo, Mechel e Bosco continuano il 26 la mar-
cia su Corleone con 4 battaglioni, 1 squadrone e 4 pezzi.
Giunto al bivio di S. Cristina, Mechel si arresta dubbioso, vedendo tracce
di ritirata da una parte e dall’altra; poi segue la via percorsa dall’Orsini. Nel-
l’ex-feudo di S. Agata, in un punto in cui esso è attraversato dalla strada ro-
tabile che da Piana porta a Corleone, i regi scorgono un contadino, Gioachi-
no Giardina, il quale zappa la terra, e gli chiedono se ha visto i garibaldini e
se sa per dove si sono avviati. Il contadino non risponde, perchè, essendo sor-
do, non ha udito nulla. Il silenzio innocente gli costò la vita. Scrisse al riguar-
do Garibaldi: «Bisogna confessare, ad onore del bravo popolo siciliano, che
solamente in Sicilia era ciò eseguibile. Sì! Solamente dopo due giorni della
nostra entrata a Palermo, seppero quei capi nemici di essere stati da noi in-
gannati, e che eravamo giunti nella capitale, mentre ci credevano a Corleo-
ne». Non solo, ma si era diffusa la voce che egli intendesse ormai raggiungere
il mare, per imbarcare la sua gente, probabilmente a Sciacca e abbandonare
gl’insorti. Già il giornale ufficiale pubblicava la disfatta di Garibaldi e il gene-
rale Lanza ordinava alle truppe che erano fuori Palermo di rientrare in città.
Garibaldi era andato a Misilmeri, poiché così aveva consigliato il La Masa,
che a Gibilrossa aveva già concentrato poco più di 3000 uomini dei comuni
della provincia di Palermo. Ivi affluivano pure da molti comuni e da nume-
rosi privati, farina, frumento, denaro, munizioni, filacce, fasce.
Quel campo era davvero pittoresco. Di giorno un continuo strepito di
tamburi e trombe e uno svolazzar di bandiere; la notte una gran linea di fuo-
chi accesi. Gibilrossa era divenuta una specie di Etna politico e La Masa giu-
stamente lo aveva indicato a Garibaldi con una lettera del 21 come «la natu-

